Recensione di TRON: Ares, il nuovo film di Joachim Rønning è visivamente potente ma narrativamente vuoto. Nelle sale italiane da domani 9 ottobre
Uscirà domani 9 ottobre, nelle principali sale cinematografiche italiane TRON: Ares, il nuovo film di Joachim Rønning, con Jared Leto, Greta Lee ed Evan Peters. Il terzo capitolo dell’innovativo franchise di TRON, segue un programma altamente sofisticato, Ares, che viene inviato dal mondo digitale a quello reale per una pericolosa missione, segnando il primo incontro dell’umanità con esseri dotati di intelligenza artificiale.
TRON: Ares La Recensione
L’intelligenza artificiale, e il bene e il male che ne derivano, rappresenta oggi il grande dilemma etico del nostro tempo. Questo tema trova eco anche nel cinema contemporaneo: in TRON: Ares, come già in Io, Robot, il conflitto nasce dal modo in cui le macchine interpretano le regole. Mentre il film di Io, Robot si ispirava alle tre leggi di Asimov, concepite per proteggere l’uomo, TRON: Ares mostra come un comando apparentemente semplice, come “con ogni mezzo”, venga eseguito alla lettera dall’IA, trasformandosi in una minaccia reale per l’essere umano.
Rønning accenna a questo paradosso, mostrando quanto sottile possa essere la linea tra ordine e caos quando il controllo passa alle macchine, ma senza mai esplorare davvero le implicazioni morali di questa scelta.
Questo avviene perché il problema principale di TRON: Ares risiede nella sua scrittura. La sceneggiatura, firmata da Jesse Wigutow e Jack Thorne, procede piatta e senza inventiva, intrappolata in convenzioni ormai scontate, incapace di proporre una vera evoluzione o di aggiungere qualcosa di originale all’universo creato più di quarant’anni fa.
Ciò che avrebbe potuto essere un ritorno epico nel mondo digitale si riduce a un esercizio di stile visivamente spettacolare ma privo di sostanza, e Julian Dillinger, interpretato da Evan Peters, è un esempio lampante di cattivo mal sviluppato, statico, privo di evoluzione con motivazioni confuse e superficiali.
Dillinger avrebbe potuto rappresentare il dilemma tra umanità e artificio, esplorando eredità, potere e identità in un mondo dove l’umano e il digitale si confondono, ma finisce per essere la macchietta di sé stesso, è il Principe Giovanni di Robin Hood.
Non so voi, ma ho notato che, negli ultimi anni il cinema blockbuster stia mostrando una preoccupante incapacità di costruire antagonisti credibili (mi riferisco sempre dal punto di vista narrativo). I villain contemporanei appaiono svuotati, ridotti a figure monodimensionali, dominati da un’unica emozione – la rabbia – che si traduce solitamente in violenza o in sete di vendetta. Lucy Liu come Kalypso in Shazam! Furia degli dei, Nicholas Hoult come Lex Luthor nel nuovo Superman sono degli esempi lampanti di come lo spettatore si trova di fronte ad antagonisti che sembrano più bambini capricciosi che veri motori drammatici della storia.
Purtroppo in TRON: Ares questo discorso non riguarda solamente Evan Peters ma anche la gestione dei personaggi secondari. Jodie Turner-Smith, attrice di enorme talento e presenza scenica, è ridotta a un ruolo stereotipato, quello della “guerriera arrabbiata”, ennesima rappresentazione monodimensionale di un personaggio femminile nero nel cinema mainstream.

Visivamente, TRON: Ares di Joachim Rønning è un trionfo
Visivamente, il film di Joachim Rønning è un trionfo. Gli effetti speciali sono di altissimo livello, la fotografia crea un’estetica ipnotica e il sound design, tra elettronica pulsante e richiami al passato, restituisce la dimensione quasi mistica del mondo digitale. Ma il problema è che la forma resta fine a se stessa. Come già accaduto con Maleficent: Signora del Male, Rønning sembra più interessato alla confezione che alla sostanza, e anche stavolta la sua regia elegante non riesce a compensare la mancanza di profondità narrativa.
Ne risulta un film che procede a tavolino, più interessato a costruire un’esperienza sensoriale che un racconto.
TRON: Ares nelle sale italiane da domani 9 Ottobre 2025
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