La nostra recensione di Springsteen: Liberami dal Nulla, il biopic di Scott Cooper con protagonista Jeremy Allen White, nelle sale dal 23 Ottobre
Ci sono biopic che raccontano la gloria, e altri che cercano la verità. Springsteen: Liberami dal Nulla, diretto da Scott Cooper, con protagonista Jeremy Allen White, in uscita il prossimo 23 Ottobre, appartiene con decisione alla seconda categoria.
Non è un film sulla leggenda di Bruce Springsteen, ma sull’uomo dietro la leggenda , quello che, all’inizio degli anni Ottanta, si trovò a un passo dal baratro interiore e decise di affrontarlo invece di fuggire.
L’uomo che non voleva più essere “The Boss”
Siamo nel 1981. Bruce Springsteen ha appena concluso il lungo tour di The River, un successo planetario. Tutti — discografici, pubblico, stampa — si aspettano un nuovo trionfo, ancora più energico, ancora più americano. Ma Bruce non si riconosce più in quella macchina perfetta che ha costruito. Così si ritira nella sua casa di Colts Neck, New Jersey, con un registratore a quattro piste, una chitarra e i propri fantasmi.
Da quell’isolamento nascerà Nebraska (1982), uno degli album più poetici e disperati della storia del rock

Springsteen: Liberami dal Nulla, tratto dal libro di Warren Zanes, Deliver Me from Nowhere (Liberami dal Nulla nell’edizione italiana), sceglie di raccontare solo questo momento cruciale, evitando la trappola del “riassunto di una vita”. È un film intimo, fatto di notti insonni, nebbia, silenzi e piccole epifanie domestiche. Una storia di crisi creativa e rinascita personale, più che di successo.
Un Bruce fragile, terreno, umano
A interpretare Springsteen è Jeremy Allen White, rivelazione di The Bear, che si trova di fronte l’ardua impresa di vestire i panni di un mostro della musica rock.
La sua prova è il cuore del film: non un’imitazione, ma un’empatia pura. Jeremy Allen White non cerca di “essere Bruce”, non ha la voce roca né la fisicità da rocker, ma ne cattura la tensione interiore, quella miscela di durezza e dolcezza, rabbia e compassione che vibra in ogni sua canzone.
Il suo Springsteen è un uomo in lotta con sé stesso: con il padre alcolizzato (interpretato da Stephen Graham), con la paura del fallimento, con la sensazione di essere diventato una caricatura, del sogno americano che voleva raccontare.
Accanto a lui, Jeremy Strong è Jon Landau, il manager e amico che rappresenta la razionalità, la voce calma nel caos. C’è una scena, quasi sussurrata, in cui i due parlano della differenza tra “fare un disco” e “dire qualcosa di vero”: Cooper la dirige con pudore, lasciando che siano solo gli sguardi a parlare.
Lo stile: Nebraska in forma di cinema
Scott Cooper adotta una regia spoglia ed essenziale, lontana da ogni patina hollywoodiana, in cui luce naturale, toni spenti di grigio e marrone e inquadrature fisse ci chiudono nella stessa stanza di Bruce, dentro la sua solitudine. La fotografia di Masanobu Takayanagi restituisce le pianure sospese del Midwest del Nebraska, tra motel vuoti, strade infinite e cieli bassi, amplificando la sensazione di isolamento e introspezione.
Springsteen: Liberami dal Nulla è un film che “suona” come un disco acustico. Cinema folk, potremmo dire.
La colonna sonora — approvata e in parte supervisionata dallo stesso Springsteen — alterna registrazioni originali a nuove versioni più intime dei brani di Nebraska. Non un jukebox di hit, ma un dialogo tra musica e immagini, con ogni canzone arriva al momento giusto, per necessità, non per nostalgia.
Springsteen: Liberami dal Nulla racconta la vita di un artista, ma soprattutto di un uomo che si interroga su chi diventa quando tutti lo osservano. Il “nulla” del titolo non indica solo un vuoto creativo, ma una condizione esistenziale: quella di chi, dopo aver realizzato i propri sogni, non sa più cosa desiderare. Proprio per questo il film riesce a toccare corde universali: non serve essere fan di Springsteen per riconoscersi in quel disorientamento, in quella ricerca di autenticità e nel bisogno di tornare a casa — non una casa fisica, ma interiore.
Il padre di Bruce, presente in flashback e visioni, incarna un’America operaia e ferita, che il figlio prova a comprendere e riscattare attraverso la musica, usata come terapia e confessione per trasformare rabbia e vergogna in poesia.
Proprio perché così misurato, il film può sembrare lento o troppo introverso per chi si aspetta un biopic pieno di concerti e momenti iconici. Non ci sono stadi gremiti, né applausi: solo un uomo che canta a voce bassa nel buio della sua stanza.
Alcune parti, in particolare la componente sentimentale, risultano un po’ più convenzionali e meno ispirate del resto. Ma è un rischio inevitabile per un’opera che punta sull’ascolto, non sull’azione.
Springsteen: Liberami dal Nulla è un film da ascoltare
Più che un biopic, Springsteen: Liberami dal Nulla è una meditazione visiva sulla creazione artistica, in cui il regista mostra come da una crisi possa nascere qualcosa di duraturo e come, nella semplicità, possa celarsi una verità più grande del successo.
Alla fine, quando in lontananza si ode la voce di Springsteen cantare Reason to Believe, non arriva la catarsi, ma una quieta accettazione: il dolore, se attraversato, può trasformarsi in bellezza.
Springsteen: Liberami dal Nulla, nelle sale italiane dal prossimo 23 Ottobre, distribuito da The Walt Disney Company Italia
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Springsteen: Liberami dal Nulla
