"Cime Tempestose" è un film che non cerca l’equilibrio, ma lo squilibrio emotivo - La Recensione"Cime Tempestose" è un film che non cerca l’equilibrio, ma lo squilibrio emotivo - La Recensione

C’è una storia che non smette mai di tornare, perché parla di un amore che brucia invece di scaldare…Cime Tempestose

Cime tempestose” torna al cinema nel 2026 con la regia di Emerald Fennell, che rilegge il romanzo gotico di Emily Brontë pubblicato nel 1847 trasformandolo in un melodramma cupo e viscerale. In uscita nelle sale italiane il 12 febbraio, il film vede Margot Robbie nei panni di Catherine Earnshaw e Jacob Elordi in quelli di Heathcliff, affiancati da un cast internazionale che comprende Hong Chau, Alison Oliver e Shazad Latif.

Omaggi e novità

La regia di Emerald Fennell cerca consapevolmente di omaggiare le scene più memorabili delle trasposizioni precedenti (soprattutto la celebre versione del 1939), come l’incontro burrascoso tra Heathcliff e Catherine sulle brughiere o gli sguardi intensi che catturano la solitudine esistenziale dei protagonisti.

Anche il paesaggio — brullo, spoglio, violentato dal vento — diventa un personaggio a sé stante, un elemento che rispecchia fedelmente l’estetica letteraria originale, pur con elaborazioni visive contemporanee.

Basti pensare a quanto siano numerosi gli adattamenti cinematografici di Cime tempestose e a come ciascuno proponga una propria lettura del romanzo di Emily Brontë, frutto di scelte narrative e stilistiche ben precise. Ogni film decide cosa raccontare e soprattutto come farlo, modellando la materia letteraria secondo una sensibilità diversa. Se si mette a confronto l’adattamento del 1939 con quello del 2026, le differenze emergono con chiarezza già sul piano formale e riguardano in primo luogo l’uso della cinepresa e del montaggio.

Nel film del Novecento il racconto procede attraverso tagli lenti e misurati, mai invasivi, mentre nella versione contemporanea il ritmo si fa più serrato e frammentato, con una scansione nervosa che può risultare, a tratti, quasi violenta.

"Cime Tempestose" è un film che non cerca l’equilibrio, ma lo squilibrio emotivo - La Recensione
“Cime Tempestose” è un film che non cerca l’equilibrio, ma lo squilibrio emotivo – La Recensione

Nel film del 1939 l’amore tra Heathcliff e Catherine è una tragedia controllata, filtrata da uno sguardo classico e romantico che ne trattiene gli slanci. È un sentimento doloroso ma composto, quasi elegante, che anche nei momenti più intensi non arriva mai a esplodere davvero. La stessa impostazione ritorna, con sfumature diverse, nell’adattamento del 1992, cupo e malinconico, dove il tormento resta costante ma sotterraneo, simile a una ferita che sanguina lentamente. Heathcliff soffre in modo profondo, ma il suo dolore lo consuma dall’interno senza mai trasformarsi in una vera deflagrazione emotiva.

Cime tempestose di Emerald Fennell, al contrario, nasce in un’epoca che non ha paura dell’eccesso. Qui l’amore è sporco, fisico, rabbioso. Non viene spiegato, ma mostrato attraverso i corpi, i gesti, gli sguardi.

Se la versione del 1939 raccontava un dolore che si poteva osservare da lontano, quello del 2026 ti ci trascina dentro senza chiedere permesso, rendendo lo spettatore parte attiva del conflitto emotivo.

Un’altra differenza fondamentale riguarda lo sguardo sui personaggi. Nel film del Novecento, Heathcliff tende a essere una figura romantica e tormentata, quasi idealizzata. Nel nuovo adattamento è invece più ambiguo, più istintivo e, a tratti, persino respingente. Non è più “l’eroe tragico” da ammirare, ma una forza emotiva difficile da controllare. Dunque, prima era un personaggio da osservare, ora è un personaggio da affrontare.

Anche l’estetica segna una frattura netta. Il film del Novecento cura la ricostruzione storica, i costumi e la messa in scena come elementi di realismo e coerenza temporale. Il Cime tempestose di Fennell, invece, utilizza l’estetica in modo simbolico, piegandola alle emozioni dei personaggi. Non vuole dirti “questo è l’Ottocento”, ma “questo è come ci si sente quando si ama così”.

Durante la visione del film, è impossibile non commuoversi e recitare a memoria alcune delle citazioni più iconiche e tormentate del libro della Brontë. Un ottimo tentativo di cercare di rimanere fedele al romanzo, seppur, anche la casa di produzione ha chiarito, nel titolo è presente un virgolettato interessante, come a volersi scostare in qualche modo dal classico e farlo rinascere in una chiave diversa, quasi contemporaneo e immortale. Quel “Cime Tempestose”, scritto in quel modo, fa si che lo spettatore si focalizzi meno sulle incongruenze tra trasposizione cinematografica e libro, e ricordi molto di più il messaggio, che sin dal 1847 l’autrice voleva lanciare.

Una delle scelte estetiche più discusse riguarda i costumi

Pur rievocando lo spirito del XIX secolo, la produzione opta per abiti che sembrano volutamente non scontrarsi con riferimenti storici accurati, presentando tessuti e silhouette che sembrano già proiettati verso un immaginario visivo più moderno e simbolico. Questo crea una tensione tra fedeltà storica e libertà espressiva, una decisione che allontana la pellicola da un’ambientazione rigorosamente period-specific e la avvicina a un’esperienza sensoriale più astratta. Ma, d’altronde, avevamo già visto giocare in questo modo Emerald Fennell con la sceneggiatura di Saltburn.

"Cime Tempestose" è un film che non cerca l’equilibrio, ma lo squilibrio emotivo - La Recensione
“Cime Tempestose” è un film che non cerca l’equilibrio, ma lo squilibrio emotivo – La Recensione

Cime tempestose” di Emerald Fennell è un film che non cerca l’equilibrio, ma lo squilibrio emotivo.

Fin dalle prime scene è chiaro che l’obiettivo non è raccontare fedelmente il romanzo di Emily Brontë, bensì far sentire allo spettatore cosa significa amare qualcuno in modo sbagliato, totale, soffocante. Un amore che non consola, ma consuma.

La regista costruisce il film come una continua tensione tra i corpi e il paesaggio. Le brughiere non sono solo uno sfondo, ma diventano una presenza viva, quasi una voce silenziosa che accompagna ogni sguardo e ogni gesto di Heathcliff e Catherine. Alcune sequenze richiamano apertamente le scene iconiche dei precedenti adattamenti, le corse nel vento, gli incontri carichi di desiderio e rabbia, gli sguardi che sembrano dire più delle parole. Non si tratta di semplici citazioni, ma di veri e propri richiami emotivi, pensati per chi quella storia la conosce già e la porta con sé.

Allo stesso tempo, Fennell non ha paura di sporcarsi le mani

Le scene più intime sono messe in scena in modo fisico e quasi brutale, come se l’amore tra i protagonisti non potesse mai concedersi uno spazio di dolcezza e fosse destinato fin dall’inizio a trasformarsi in una forza che prende, stringe e non lascia andare. Heathcliff e Catherine non sanno fermarsi né riconoscere un limite, non riescono a dirsi basta e proprio per questo finiscono per farsi male continuamente, intrappolati in un legame che li consuma.

Da un punto di vista più oggettivo questo Cime tempestose sacrifica parte della complessità narrativa e psicologica del romanzo originale, in quanto sceglie di accelerare alcuni passaggi e di semplificarne altri. Una scelta che può far percepire una perdita di profondità a chi cerca una trasposizione più fedele al testo.

Sul piano emotivo, invece, il film riesce a colpire con forza, configurandosi come un’esperienza sensoriale fatta di immagini, suoni e silenzi che arrivano dritti allo stomaco, attraverso una messa in scena volutamente ruvida e a tratti emotivamente disturbante. La violenza e la degradazione che nei romanzi di Emily Brontë restano spesso solo accennate qui prendono forma concreta, dando vita a un Heathcliff inedito e quasi brutale, consumato dall’odio e accecato da un sentimento che nasce come amore e finisce per trasformarsi in distruzione.

Margot Robbie e Jacob Elordi costruiscono interpretazioni intense che puntano più sul linguaggio dei corpi che sulle parole, lasciando che siano i gesti, gli sguardi e le posture a raccontare i personaggi. Heathcliff e Catherine si muovono come spinti dall’istinto, con la sensazione costante che ogni scelta sia inevitabile e già scritta. Non sono figure sempre empatiche né facili da avvicinare, ma restano coerenti con l’idea di un amore senza misura, incapace di trovare equilibrio o compromessi.

La Robbie, dopo le sue interpretazioni in Harley Quinn e più recentemente in Barbie mostra come ormai sia dedita a questa tipologia di personaggi, fastidiosi, impertinenti e smaniosi di essere al centro dell’attenzione completa di chiunque. Una bambina viziata cresciuta, con i suoi capricci e la sua visione distorta del mondo e di chi lo abita.

Molti si aspettavano di osservare in sala una rivisitazione quasi totalizzante del romanzo che ha appassionato e appassionerà milioni di lettori, invece, senza rendersene conto ci troviamo davanti un film che cattura, che commuove e che spezza qualsiasi ideologia che l’amore sia qualcosa di semplice e puro, sporcandolo con la brutalità e l’ossessione.

Cime tempestose In uscita nelle sale italiane il 12 febbraio

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