La nostra recensione di Hokum, il nuovo horror di Damian McCarthy con protagonista Adam Scott, nelle sale italiane dal 5 Agosto con Lucky Red
Uscirà il prossimo 5 Agosto nelle sale italiane Hokum, il nuovo horror di Damian McCarthy che vede protagonista l’attore Adam Scott. Noi di Bingy News abbiamo visto il film in anteprima e adesso siamo pronti a darvi la nostra recensione. Dopo Caveat e Oddity, Damian McCarthy torna a muoversi nel territorio che conosce meglio, quello dell’horror costruito sull’attesa e sul disagio più che sugli spaventi facili.
Il protagonista è Ohm Bauman, uno scrittore interpretato da Adam Scott che raggiunge un remoto hotel irlandese per spargere le ceneri dei genitori nel luogo in cui avevano trascorso la luna di miele. Quello che avrebbe dovuto essere un ultimo gesto d’addio prende rapidamente una piega inquietante. Nell’albergo esiste una stanza nuziale chiusa da anni, il personale evita qualsiasi domanda e ogni tentativo di ottenere una risposta sembra alimentare nuovi interrogativi. Più Ohm prova a capire cosa si nasconde dietro quella porta, più è costretto a confrontarsi con un passato che credeva di essersi lasciato alle spalle.
Hokum: La Recensione
Adam Scott offre una prova convincente nei panni di un protagonista volutamente sgradevole. Ohm è presuntuoso, sarcastico e incapace di instaurare un rapporto con chi gli sta intorno. Non è solo arrogante e indisponente, Ohm è persino crudele con chi gli esprime gentilezza e la scena del cucchiaino ne è un esempio lampante.
Poco alla volta però, vengono mostrate alcune crepe dietro quella maschera. Intendiamoci, non diventa certo un’altra persona, tuttavia possiamo comprendere, senza giustificare ovviamente, il perchè di alcuni comportamenti. La sua evoluzione accompagna il tema centrale del film, quello del rapporto tra razionalità e superstizione, mostrando come le antiche credenze possano insinuarsi anche nella mente di chi è convinto di esserne immune.
La regia di McCarthy
Se c’è un aspetto in cui McCarthy continua a distinguersi è la regia. Anche questa volta sceglie l’Irlanda come elemento narrativo fondamentale, trasformando l’hotel isolato e i paesaggi che lo circondano in qualcosa di più di un semplice sfondo. Gli ambienti contribuiscono a rendere il folklore una presenza costante e ogni spazio sembra nascondere qualcosa, anche quando l’inquadratura è apparentemente vuota. Corridoi interminabili, stanze immerse nel silenzio e luoghi privi di punti di riferimento trasmettono una continua sensazione di isolamento. Ci si sente osservati anche quando sullo schermo non accade nulla e sono proprio quei momenti sospesi, in cui la tensione nasce dall’attesa, a risultare tra i più inquietanti del film.

Anche il comparto tecnico sostiene con decisione questa atmosfera
La fotografia di Colm Hogan alterna tonalità fredde e calde mantenendo sempre un grande equilibrio, valorizzando gli ambienti e il loro legame con il folklore irlandese, mentre la colonna sonora firmata da Joseph Bishara segue la stessa linea attraverso una composizione minimale fatta di suoni essenziali, ripetitivi e quasi ipnotici, capaci di fondersi con gli spazi e diventare parte integrante della tensione.
Il problema della narrazione
McCarthy introduce nuovi personaggi e approfondisce la mitologia che ruota attorno all’hotel, ma queste deviazioni finiscono per rallentare il ritmo invece di renderlo più coinvolgente. Alcune sottotrame incidono poco sullo sviluppo della vicenda e diverse sequenze si dilungano oltre il necessario, facendo perdere forza a una tensione che la regia aveva costruito con grande attenzione.
Questo è il più grande difetto del film, che davanti a una regia così sicura e a un’atmosfera costruita con tanta cura, Hokum si perde nella sua narrazione.
E lasciatecelo dire, è un vero peccato! Hokum, con una scrittura più solida e una maggiore attenzione al ritmo, avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di molto più grande.
Hokum conferma ancora una volta il talento di Damian McCarthy nel creare immagini capaci di mettere a disagio lo spettatore e costruire un’atmosfera efficace dall’inizio alla fine. Proprio per questo è un peccato, perché il film aveva tutti gli elementi per essere un horror destinato a lasciare il segno: una messa in scena curata, un’ambientazione suggestiva e una tensione che avrebbe potuto essere sostenuta fino in fondo. A frenarlo è una sceneggiatura che, invece di valorizzare questi elementi, finisce per disperdere parte della forza del racconto.
Hokum, nelle sale italiane dal prossimo 5 Agosto con Lucky Red
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