La nostra recensione di Mercy: Sotto Accusa, il nuovo thriller sull’Intelligenza Artificiale con Chris Pratt e Rebecca Ferguson, nelle sale da domani 22 Gennaio
Arriva al cinema dal 22 gennaio Mercy: Sotto Accusa, thriller diretto da Timur Bekmambetov e distribuito da Eagle Pictures, che prova a confrontarsi con uno dei nodi più controversi del nostro presente tecnologico: l’idea di una giustizia delegata a un’intelligenza artificiale. Il film si affida a un cast di volti noti, guidato da Chris Pratt, noto per la saga dei Guardiani della Galassia e Jurassic World e Rebecca Ferguson, celebre per Dune, Mission: Impossible – Dead Reckoning e la serie distopica targata Apple TV Silo, affiancati da Kali Reis, Annabelle Wallis, Chris Sullivan e Kylie Rogers,
Mercy: Sotto Accusa costruisce il suo impianto narrativo su un futuro che, più che lontano, appare fin troppo vicino.
La storia è ambientata in una società dove il controllo è totale ma mascherato da tutela della sicurezza collettiva. Chris Pratt interpreta Chris Raven, un detective accusato di aver ucciso la moglie e costretto a difendersi in un tempo limite di 90 minuti – la stessa durata del film – davanti a Mercy, un’intelligenza artificiale avanzata che funge da giudice supremo. Se ci pensate bene, questo è un dettaglio fondamentale, in quanto Mercy è stata creata anche grazie al contributo di Raven, rendendo il processo, oltre che tragicomico, una battaglia per la sopravvivenza unita a un confronto diretto con le conseguenze delle proprie scelte passate.
Sin da subito, osservando il film, si possono notare molteplici riferimenti a Minority Report, anche se la differenza sostanziale risiede nel fatto che nel film di Spielberg il sistema prevedeva i crimini prima che questi avvenissero, mentre qui si viene processati solamente dopo aver commesso l’omicidio, con l’intelligenza artificiale che interviene giudicando, analizzando ed emanando un verdetto. È un ribaltamento interessante, che sposta il problema dalla preveggenza al concetto di responsabilità, un tema che, se utilizzato nel modo giusto, avrebbe potuto aprire riflessioni più profonde sulla natura del giudizio e sull’illusione di una giustizia oggettiva.

Mercy, come ogni intelligenza artificiale che si rispetti, è uno strumento potente e innovativo, totalmente incapace di provare empatia o emozioni. Non si tratta di freddezza “emotiva” come quella di un umano distaccato, ma di un’assenza strutturale: Mercy non può capire il dolore, la colpa o il rimorso, non può farsene carico né farsene condizionare.
Proprio questa mancanza di empatia rappresenta il fondamento stesso della sua imparzialità, il motivo per cui il giudizio che emette è obiettivo e insindacabile.
È un sistema di calcolo rigoroso e coerente, che segue regole e dati senza deviazioni sentimentali, esercitando il proprio potere attraverso la logica pura. Rebecca Ferguson, con la sua interpretazione del progetto Mercy, restituisce una presenza seppur virtuale, impenetrabile e glaciale, che esercita il proprio potere attraverso la logica e il calcolo.
Sembra tutto così perfetto, coerente e con un enorme potenziale, ma man mano che i minuti scorrono, questa promessa inizia a svanire. La mancanza di empatia, fondamentale per un sistema assolutamente imparziale e principio su cui l’IA si fonda, viene progressivamente trascurata dal film. A un certo punto il racconto si piega a dinamiche più convenzionali, lasciando cadere il nucleo concettuale: l’idea che una giustizia priva di empatia possa essere davvero imparziale viene tradita e sacrificata a favore di un climax preconfezionato e prevedibile.
È importante chiarire cosa Mercy: Sotto Accusa non è. Non siamo dalle parti di Io, Robot o della serie britannica Humans, dove le intelligenze artificiali sviluppano emozioni, coscienza o conflitti interiori. Qui non c’è alcuna deriva empatica, nessuna macchina che vuole essere umana. Mercy è uno strumento di controllo puro, progettato per giudicare senza dubbi, inserito in un sistema di sorveglianza pervasivo giustificato come necessario per la sicurezza dei cittadini.
Il problema è che il film, pur partendo da questi presupposti solidi, fatica a sostenerli fino in fondo. Gli snodi narrativi risultano spesso prevedibili e la tensione, invece di crescere attorno ai dilemmi etici, si affida a soluzioni già viste. L’assenza di empatia, principio centrale e teorico del film, resta tale solo sulla carta, perché il racconto progressivamente sembra ignorarla, piegandosi alle logiche di un thriller tradizionale e lasciando inevase le domande più interessanti.
È in questa seconda parte che Mercy: Sotto Accusa mostra le sue crepe più evidenti. Il film scivola verso un’americanata sempre più marcata, sacrificando la riflessione sulla responsabilità dell’IA, sul peso morale delle decisioni automatizzate e sul ruolo dell’essere umano all’interno di un sistema che ha contribuito a creare. Tutto viene piegato alla costruzione di un climax che dovrebbe essere emotivamente travolgente, ma che finisce per non arrivare davvero.
Resta la sensazione di un’occasione parzialmente mancata. Mercy: Sotto Accusa ha intuizioni interessanti, un’ambientazione credibile e una figura centrale, quella dell’IA giudicante, che avrebbe meritato uno sviluppo più coerente e radicale. Il film preferisce invece rassicurare lo spettatore con traiettorie narrative familiari, rinunciando a spingersi fino in fondo nelle implicazioni più scomode del suo stesso discorso.
Mercy: Sotto Accusa nelle sale da domani 22 Gennaio distribuito da Eagle Pictures
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