La nostra recensione di Mother Mary, il film di David Lowery con protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel, nelle sale italiane dal 14 Maggio
Uscirà il prossimo 14 Maggio nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures Mother Mary, il nuovo film di David Lowery che vede protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel. Noi abbiamo avuto la possibilità di vedere il film in anteprima e adesso siamo pronti a darvi la nostra recensione.
Mother Mary: La Recensione
C’è un momento, guardando Mother Mary, in cui diventa chiaro che David Lowery non stia davvero cercando di raccontare una storia nel senso più classico del termine. Il film si muove piuttosto come un flusso emotivo, un’esperienza sensoriale fatta di musica, immagini, corpi e silenzi. Più lo si osserva e più si prova quella sensazione di non trovarsi davanti ad un film, ma a un visual album costruito attorno alla figura di una popstar immaginaria.
Film o Visual Album?
Pensando a progetti come Something Beautiful di Miley Cyrus o Hurry Up Tomorrow di The Weeknd, dove la costruzione narrativa lascia spazio a immagini stilizzate, performance e coreografie che diventano racconto, guardando Mother Mary il richiamo a un visual album diviene appunto inevitabile.
La differenza però è che nel film con protagonista Anne Hathaway il “visual album” appartiene a una cantante che, in realtà, non esiste. E a interpretarla è un’attrice.
La struttura del film segue questa direzione con molte scene che si alternano proprio a delle performance che sembrano dei videoclip inseriti, con la musica che entra continuamente a ridefinire il ritmo. Le emozioni passano soprattutto attraverso la messa in scena, i corpi e le canzoni, mentre dialoghi e sviluppo narrativo restano in secondo piano.
Lo stile di David Lowery rimane immediatamente riconoscibile anche in questo contesto, attraverso un lavoro costante sulle atmosfere, sui silenzi e su immagini estremamente controllate che costruiscono una dimensione simbolica mai del tutto esplicitata. Come accadeva già in A Ghost Story o The Green Knight, anche qui il dolore emotivo, il senso di perdita e tutto ciò che resta sospeso dopo la rottura di un legame diventano il vero centro del racconto, più importante persino della trama stessa.

Anne Hathaway tiene insieme tutto questo con una presenza scenica dominante.
Il suo lavoro passa dal corpo, dalla voce e da una costruzione molto precisa del personaggio, che riesce a essere insieme iconico e fragile. Le sequenze musicali, accompagnate dalle composizioni di Charli XCX, Jack Antonoff e FKA Twigs, funzionano soprattutto grazie alla sua capacità di stare dentro una messa in scena che si muove continuamente tra concerto, videoclip e momento privato.
La spettacolarità visiva costruita attorno alla figura di Mother Mary, che viene trattata come un’icona pop più che come un personaggio tradizionale, immersa in un immaginario fatto di performance, coreografie e un’estetica volutamente artificiale che tende continuamente all’eccesso e alla costruzione dell’immagine.
e ora passiamo alle coreografie
Le coreografie occupano uno spazio centrale nell’economia del film. A un primo sguardo, possono richiamare l’eredità di Pina Bausch (Coreografa della serie televisiva The OA) o comunque alcune forme di performance contemporanea che si muovono al confine tra danza, teatro fisico e linguaggio del videoclip pop più sperimentale. In realtà questo livello è affidato alla coreografa Annie-B Parson, in linea con la sua esperienza con la compagnia Big Dance Theater, dove il movimento spesso si intreccia con parola, musica e struttura drammaturgica.
Infatti, in Mother Mary, Parson costruisce movimenti volutamente stranianti, teatrali e quasi astratti, contribuendo a rafforzare quella sensazione di artificio controllato che attraversa tutto il film e che lo allontana progressivamente da una rappresentazione realistica per avvicinarlo invece a una dimensione più performativa e concettuale.

Mother Mary e Sam
Dentro questa costruzione molto stratificata resta un nucleo emotivo ben preciso, che ruota attorno al rapporto tra Mother Mary e Sam (Michaela Coel).
Un legame costruito su un rapporto di codipendenza, su affetto e fiducia reciproca, che a un certo punto del loro cammino ha subito un taglio netto, danneggiandosi irreparabilmente. L’aspetto importante su cui si focalizza il film non è la loro relazione ma ciò che rimane sospeso dopo la loro separazione, dove la rabbia e il rancore hanno preso il posto dell’affetto che le legava.
Tutti questi sentimenti negativi, questa oscurità vengono rappresentati sullo schermo con un velo rosso che loro chiamano “Il fantasma”, un velo che cela quello che di buono c’era tra loro, o un velo di rabbia che impedisce di vedere la situazione con chiarezza, o una presenza emotiva residua, la traccia tangibile di ferite che non si rimarginano del tutto e restano sospese tra due individui. In questo contesto il fantasma può assumere diverse connotazioni a livello interpretativo.
Tuttavia, il perdono non rappresenta una cancellazione del passato o un ritorno alle origini del rapporto tra le due donne. No, il perdono è un modo per tornare a respirare, per lasciar andare tutta quell’oscurità, tutta quella rabbia.
Mother Mary è una storia sul perdono ma non sulla riconciliazione piuttosto sull’addio, ma un addio sereno. Un progetto personale, con un’identità forte che probabilmente nelle sale cinematografiche avrebbe funzionato meglio come evento speciale più che come uscita tradizionale.
Resta comunque un film coraggioso, capace di lasciare immagini e sensazioni persistenti, e che prova a muoversi in una direzione meno prevedibile rispetto a molti musical costruiti in modo più standardizzato.
Mother Mary, nelle sale italiane dal 14 Maggio, distribuito da I Wonder Pictures
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