La nostra recensione di Ben – Rabbia Animale, l’horror di Johannes Roberts arriva nelle sale italiane dal 29 gennaio 2026
Ben – Rabbia Animale, diretto da Johannes Roberts, arriva nelle sale italiane il 29 gennaio 2026 con un unico scopo quello di scuotere lo spettatore con un horror visceralmente primitivo, che gioca sulla rottura di un legame apparentemente innocuo. Con un cast che include Johnny Sequoyah e Troy Kotsur, il film si inserisce nella tradizione dei cosiddetti beast-movie, quei film in cui la natura — o ciò che ne resta — si rivolta contro l’uomo.
Lucy torna a casa con due amiche per qualche giorno, ritrovando il padre Adam, non udente, la sorella Erin e Ben, uno scimpanzé cresciuto in famiglia. Ben ha sempre fatto parte della loro quotidianità, perciò nessuno nota subito i segnali di pericolo. Quando contrae la rabbia, la situazione precipita: quello che doveva essere un ritorno alla normalità diventa una lotta disperata per sopravvivere, con lo scimpanzé trasformato in una forza violenta e incontrollabile.

Da Cujo al beast-movie moderno
Johannes Roberts costruisce Ben – Rabbia Animale come un beast-movie moderno, consapevole della tradizione da cui proviene. Il riferimento a titoli come Cujo è evidente, ma il film non si limita a replicarne i meccanismi. Qui il pericolo non arriva dall’esterno, bensì dall’interno della sfera familiare.
La scelta di uno scimpanzé come antagonista non è casuale. Si tratta di un animale estremamente intelligente, capace di empatia, vicino all’essere umano più di quanto si voglia ammettere. È proprio questa vicinanza a rendere l’orrore più disturbante. Ben non è un mostro, non è una creatura aliena. È qualcosa che conosciamo, che abbiamo accolto, che abbiamo amato.
L’ambientazione hawaiana contribuisce a rafforzare il contrasto tra bellezza e minaccia. I paesaggi luminosi e naturali diventano cornice di un incubo domestico, amplificando il senso di isolamento e impotenza. Roberts evita inutili virtuosismi e preferisce una regia asciutta, funzionale alla costruzione della tensione.
Il film lavora per sottrazione, pochi personaggi, pochi spazi, un conflitto chiaro. Una scelta che rende l’esperienza più intensa e claustrofobica.
Ben – Rabbia Animale è un horror che gioca apertamente con gli strumenti più classici del genere
Ben – Rabbia Animale è un horror che gioca apertamente con gli strumenti più classici del genere. Jump scare frequenti, improvvisi e spesso prevedibili, scandiscono la visione, mentre il buio costante diventa una scelta stilistica dominante. Roberts costruisce gran parte della tensione sull’assenza di visibilità, sull’ignoto che si muove ai margini dell’inquadratura, su ciò che non si vede ma si intuisce. Una strategia efficace nelle prime fasi, ma che alla lunga rischia di diventare ripetitiva.
La trasformazione di Ben è uno degli elementi più riusciti dal punto di vista visivo. Lo scimpanzé passa da presenza vivace, colorata e quasi familiare a incarnazione di qualcosa di cupo e incontrollabile. La messa in scena accompagna questo cambiamento con un progressivo impoverimento cromatico e un uso sempre più marcato delle ombre. Ben smette di essere “animale domestico” e diventa pura rabbia, istinto, brutalità.

La violenza emerge come uno degli aspetti più divisivi del film
Le scene brutali non vengono edulcorate e alcune sequenze risultano volutamente disturbanti. Una scelta coerente con il tono del racconto, ma che non sempre trova un reale equilibrio narrativo. In più di un’occasione la brutalità sembra servire più allo shock che a un reale sviluppo della tensione.
A indebolire il film è soprattutto la scrittura dei personaggi. Le loro azioni risultano a tratti stupide, incoerenti e poco credibili, soprattutto nei momenti di maggiore pericolo. Decisioni illogiche e reazioni forzate finiscono per spezzare l’immedesimazione dello spettatore, facendo emergere una contrapposizione poco raffinata tra stupidità umana e intelligenza animale. Un conflitto che resta su un livello medio-basso, senza mai approfondire davvero le implicazioni morali o psicologiche di questa dinamica.
Non mancano poi momenti francamente assurdi, che sembrano inseriti solo per spingere l’azione verso un nuovo picco di tensione, ma che finiscono per far perdere punti al film. In queste sequenze, Ben – Rabbia Animale mostra i suoi limiti più evidenti, cedendo a scorciatoie narrative tipiche di un certo horror commerciale.
Nonostante tutto, il film mantiene una sua forza primaria, ovvero, quella di un horror che non cerca alibi, che vuole colpire lo spettatore in modo diretto, quasi fisico.
E’ un’opera consapevole della sua natura e la porta avanti fino in fondo.
Un altro limite evidente di Ben – Rabbia Animale è la gestione della tensione nel suo atto finale. Dopo una prima parte costruita con una discreta progressione dell’angoscia, il film sembra affidarsi quasi esclusivamente all’accumulo di colpi di scena e momenti estremi, sacrificando la coerenza interna del racconto. La sensazione è quella di un horror che, arrivato al climax, non sappia più come dosare le proprie armi e finisca per esasperarle, perdendo parte dell’efficacia emotiva costruita in precedenza.
Ben – Rabbia Animale resta quindi un prodotto imperfetto, a tratti ingenuo, ma capace di inquietare e disturbare. Un horror che funziona più sul piano sensoriale che su quello narrativo, e che lascia allo spettatore la sensazione di aver assistito a un incubo sporco, caotico e feroce, proprio come la rabbia che racconta.
Ben – Rabbia Animale nelle sale italiane dal 29 gennaio 2026
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