La nostra recensione di Disclosure Day che vede il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza tra suggestione visiva, ritmo irregolare e grandi interrogativi
Quando Steven Spielberg torna a esplorare il tema degli alieni, fare un raffronto con i suoi grandi classici diviene inevitabile. Da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T. – L’extra-terrestre, fino a La guerra dei mondi, il regista ha definito più di chiunque altro l’immaginario cinematografico del contatto con civiltà aliena. Non si tratta di semplici successi, ma di opere che hanno plasmato la percezione collettiva dell’ignoto.
Proprio perché stiamo parlando del re indiscusso della fantascienza, è normale che quando esce un suo film le aspettative siano altissime
Disclosure Day entra subito nel vivo seguendo Daniel Kellner (Josh O’Connor), ex dipendente della Wardex, l’organizzazione che da anni nasconde al mondo la verità sull’esistenza della vita extraterrestre. Quando decide che è arrivato il momento di svelare tutto, si ritrova nel mirino di Noah Scanlon (Colin Firth), il potente dirigente disposto a tutto pur di impedire che il segreto venga reso pubblico e sconvolga gli equilibri globali.
La vicenda si intreccia con quella di Margaret Fairchild (Emily Blunt), una meteorologa che da un giorno all’altro inizia a comprendere e parlare lingue che non ha mai studiato. Un fenomeno inspiegabile che la porta a confrontarsi con qualcosa di molto più grande di lei e che diventa uno degli aspetti più affascinanti del racconto, spostando gradualmente l’attenzione dal semplice contatto extraterrestre alle conseguenze umane, emotive e culturali di una scoperta destinata a cambiare ogni certezza.

La sceneggiatura di David Koepp, collaboratore storico di Spielberg, parte da una premessa estremamente potente:
Cosa accadrebbe se l’umanità ricevesse una prova inconfutabile di non essere sola nell’universo?
Il film solleva interrogativi legati alla religione, all’ordine sociale e alla stabilità politica, ma li sviluppa solo in parte, con tutti i conflitti morali che rimangono spesso abbozzati, i dialoghi tendono a ribadire gli stessi concetti senza una reale progressione e alcune sottotrame si disperdono senza trovare una risoluzione compiuta.
Questa difficoltà nel mettere a fuoco i propri temi si riflette anche nella gestione del ritmo.
Con i suoi 154 minuti, Disclosure Day si prende tutto il tempo necessario per sviluppare personaggi, temi e sottotrame, ma non sempre questa scelta gioca a suo favore. Spielberg e Koepp costruiscono il racconto con grande attenzione, inserendo numerosi spunti e riflessioni, ma in più di un’occasione la narrazione sembra perdere slancio. Alcune sequenze si protraggono oltre il necessario e finiscono per smorzare la tensione, dando la sensazione che una maggiore sintesi avrebbe reso il film più efficace senza intaccarne l’ambizione.
Sul piano tecnico, invece, Disclosure Day dimostra ancora una volta la straordinaria solidità del cinema di Spielberg. La fotografia di Janusz Kamiński avvolge il film in un’atmosfera inquieta e misteriosa, giocando con luci, ombre e controluce che amplificano il senso di attesa e di incertezza. Ogni inquadratura contribuisce a suggerire la presenza di qualcosa che sfugge allo sguardo ma che sembra sempre a un passo dal manifestarsi, mantenendo viva la tensione anche nelle sequenze meno movimentate.
A fare la differenza c’è anche, ancora una volta, John Williams. La sua colonna sonora accompagna il film con eleganza, alternando momenti di stupore e tensione. C’è si qualche richiamo alle atmosfere che hanno reso memorabile il sodalizio con Spielberg, tuttavia il compositore evita la facile nostalgia e costruisce un tessuto musicale che sostiene costantemente il racconto.

La dimensione EMOTIVA
È soprattutto sul piano emotivo che Spielberg ritrova la sua forza più autentica. Quando il film si concentra sui personaggi e sul loro rapporto con l’ignoto, affiora quella capacità tutta spielberghiana di trasformare lo stupore in partecipazione. Toccanti, in particolare, le sequenze dedicate agli extraterrestri, che sembrano ribaltare lo sguardo del film e suggerire come la vera minaccia non arrivi dallo spazio, ma dall’essere umano stesso e dalla sua incapacità di gestire ciò che non comprende.
Josh O’Connor convince con una prova misurata e intensa, dando corpo a un protagonista che incarna bene l’archetipo del regista, un uomo qualunque trascinato dentro eventi più grandi di lui ma sorretto da una salda convinzione interiore. Accanto a lui, Colin Firth e Colman Domingo offrono interpretazioni sobrie ma efficaci.
E che dire di Emily Blunt?
Per quanto possa un tantino risultare difficile da credere la coetaneità sullo schermo con Josh O’Connor, Emily Blunt è la presenza più convincente di Disclosure Day. Il suo calarsi nei panni della meteorologa Margaret Fairchild regge bene il passaggio tra paura, smarrimento e determinazione, dando credibilità al personaggio.
Uno degli aspetti meno convincenti riguarda invece la gestione del contesto globale.
Gli eventi raccontati hanno una portata enorme, eppure il mondo esterno resta sorprendentemente marginale. Manca quasi del tutto una prospettiva istituzionale, con il governo, le forze dell’ordine e organismi internazionali sono praticamente assenti.
Se si tende molto a sottolineare come la Wardex, l’organizzazione che da anni nasconde al mondo la verità sia completamente estraneo agli organi istituzionali, la domanda diviene inevitabile:
A parte il poliziotto interpretato dall’amato Holt di True Blood (Jim Parrack), e per citare un famoso personaggio del GialappaShow sapete dirmi in tutto il film DOVE SONO LE ISTITUZIONI?
Considerando che la storia è ambientata in un presente iperconnesso, in cui qualsiasi evento straordinario verrebbe documentato e diffuso in tempo reale, questa assenza finisce per risultare poco credibile.
Una linea narrativa dedicata alle autorità avrebbe probabilmente rafforzato il racconto, offrendo una visione più ampia delle conseguenze della rivelazione e contribuendo a dare maggiore coesione all’intreccio. Le diverse storyline finiscono per convergere, ma senza quel senso di inevitabilità che avrebbe reso il tutto più incisivo.
Anche le sequenze d’azione, pur spettacolari, non sempre risultano perfettamente integrate nel tessuto narrativo. La lunga scena dell’inseguimento tra automobile e treno ne è un esempio evidente, tecnicamente impeccabile, costruita con grande precisione e capace di generare tensione, ma al tempo stesso percepita come una parentesi quasi autonoma, più vicina alla logica del blockbuster adrenalinico che a uno sviluppo organico della storia.
Eppure, quando Disclosure Day smette di trattenersi e abbraccia pienamente il suo lato più visionario, riemerge lo Spielberg che ha segnato la storia del cinema. Il senso di meraviglia, la curiosità verso l’ignoto e la capacità di guardare oltre il visibile tornano a farsi sentire con forza in alcuni momenti chiave. Il film non raggiunge la magia di E.T. l’extra-terrestre né l’impatto rivoluzionario di Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma conserva tracce evidenti di quella stessa tensione creativa.
Il risultato è un’opera ambiziosa, visivamente imponente e realizzata con grande competenza, che però fatica a trovare un equilibrio narrativo pienamente convincente tra introspezione, spettacolo e riflessione.
Non un passo falso, ma nemmeno un titolo destinato a lasciare un segno profondo.
Disclosure day, nelle sale italiane dal 10 Giugno
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