Ricchi da morire - delitti in famiglia

Arriva nelle sale il 17 giugno Ricchi… da morire – Delitti in Famiglia il nuovo film con Glen Powell, ecco la nostra recensione.

C’è un’ossessione che attraversa il cinema contemporaneo, una sorta di filo rosso che unisce le produzioni indipendenti ai grandi blockbuster hollywoodiani, il bisogno catartico di consumare la vendetta degli ultimi contro il capitalismo predatorio. Negli ultimi anni lo schermo d’argento è diventato il tribunale ideale per mettere alla gogna il privilegio. Pensiamo al successo globale di Parasite, alla satira grottesca di Triangle of Sadness, o ancora al cinismo di The Menu. In tutti questi casi, l’alto borghese non è solo un antagonista, ma una maschera feticcio da abbattere per il compiacimento del pubblico.

In questo ricco filone si inserisce “Ricchi… da morire – Delitti in famiglia” (How to Make a Killing), il nuovo lungometraggio diretto da John Patton Ford in uscita nelle sale italiane il 17 giugno grazie a Lucky Red. Il regista, che aveva già dimostrato una mano felice nel dirigere le derive morali della precarietà con I crimini di Emily, decide qui di alzare il tiro, firmando un’opera che flirta costantemente con la commedia nera, la satira di classe e il thriller psicologico. Eppure, l’operazione solleva un interrogativo critico fondamentale, nell’epoca della riproducibilità tecnica dei messaggi politici, basta il magnetismo di un attore straordinario per graffiare davvero la coscienza dello spettatore?

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Ricchi… da morire – Delitti in famiglia: recensione del nuovo film con Glen Powell

Tra l’ingegno del delitto e la farsa del funerale

Per comprendere la natura profonda di questa pellicola è necessario fare un passo indietro nel tempo, precisamente fino al 1949, anno in cui gli Ealing Studios sfornarono Sangue blu (Kind Hearts and Coronets). Come in Ricchi… da morire anche in quell’occasione il protagonista era in prigione, lui a scrivere le sue memorie e a ricordare quanto avesse fatto per riottenere il suo posto. John Patton Ford compie un’operazione di riscrittura radicale, abbandona l’Inghilterra edoardiana per catapultare la narrazione nel cuore pulsante dell’alta finanza della New York contemporanea.

Il fulcro umano della vicenda è Becket Redfellow, interpretato da un ottimo Glen Powell. Becket non è il classico criminale spinto da una gratuita sete di sangue, ed è proprio qui che il film cerca la sua sponda più intima con il pubblico. È un outsider, il frutto dello “scandalo” per una dinastia puritana e miliardaria: sua madre era stata infatti ripudiata e cancellata dall’albero genealogico per aver avuto un figlio fuori dal matrimonio con un uomo comune. La narrazione si sviluppa come una confessione retrospettiva che il protagonista fa a un prete prima di salire sul patibolo, un espediente che permette al regista di gestire il ritmo attraverso un contrasto strutturale riuscito.

Da un lato, infatti, assistiamo alla pianificazione geometrica e fredda dei singoli “incidenti” con cui Becket elimina uno a uno i sette parenti che lo separano dal patrimonio da 28 miliardi di dollari. Dal broker di Wall Street al filantropo di facciata, ogni esecuzione è un mix perfetto tra ingenuità e cura nel dettaglio. Dall’altro lato, però, a questa varietà di omicidi fa da contraltare la deliberata e ripetitiva monotonia delle scene dei funerali.

Le cerimonie funebri si susseguono sullo schermo tutte uguali, identiche nella loro sfarzosa e ipocrita solennità altoborghese. Ed è proprio lì, in quel teatro del lutto artificiale, che il “bastardo” reietto si presenta puntualmente. Giorno dopo giorno, funerale dopo funerale, Becket si insinua tra i superstiti terrorizzati e confusi, scalando la gerarchia sociale e ottenendo, un pezzo alla volta, il riconoscimento, lo spazio e l’attenzione che la dinastia gli aveva sempre negato. La ripetitività di queste scene diventa uno dei motori comici più efficaci della pellicola, mostrando l’assurdità di un mondo che si accorge dei propri simili solo quando diventano cadaveri.

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Ricchi… da morire – Delitti in famiglia: recensione del nuovo film con Glen Powell

“Dove dovresti essere”: l’ossessione del diritto di nascita

Sotto la superficie della commedia nera, il vero motore emotivo del film risiede in un trauma psicologico profondo: il senso di alienazione derivante dal non riuscire ad avere ciò per cui si è nati, subendo il peso di una colpa non propria. Il mandato che guida ogni singola azione di Becket non è una generica avidità, ma un’eco morale che si trasforma in ossessione. Le parole della madre sul letto di morte risuonano come un mantra incancellabile: “Non fermarti finché non sei dove dovresti essere”.

Questa frase cessa di essere un semplice consiglio affettuoso per diventare una condanna e una giustificazione ideologica. Becket è intimamente convinto di essere stato derubato della propria identità e del proprio futuro a causa del moralismo ipocrita dei suoi parenti. Il film esplora con lucidità questa forma di frustrazione squisitamente contemporanea, la certezza di meritare un posto nel mondo che la rigida struttura del privilegio continua a negare. La scalata di Becket non è vissuta come un’ascesa criminale, bensì come un legittimo e doloroso atto di correzione del destino, il recupero forzato di una posizione che gli spettava per diritto di nascita.

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Ricchi… da morire – Delitti in famiglia: recensione del nuovo film con Glen Powell

Il freno del dramma morale e la forza del cast

Se nella gestione di questo cortocircuito il film viaggia veloce, il limite strutturale emerge quando la scrittura introduce dilemmi morali e risvolti sentimentali troppo tradizionali. Nel tentativo di non rendere Becket un mostro bidimensionale, la sceneggiatura rallenta la ferocia della satira. Le indagini della polizia vengono liquidate con troppa superficialità e le soluzioni narrative per farla franca perdono via via credibilità, preferendo un intrattenimento rassicurante rispetto alla spietatezza che il genere richiederebbe.

A salvare l’impalcatura è il carisma dei suoi interpreti. Glen Powell cammina costantemente sul filo del rasoio, riuscendo a mantenere il personaggio accessibile, persino simpatico, nonostante la gravità delle sue azioni. Attorno a lui si muove un gruppo di comprimari eccezionali, seppur poco sfruttati. Margaret Qualley, nel ruolo di Julia – un amore d’infanzia che riemerge dal passato come una splendida e ambigua femme fatale –, introduce nel racconto la variabile del calcolo opportunistico. Il monumentale Ed Harris, nei panni del patriarca Whitelaw Redfellow, regala nel finale un piccolo, potentissimo confronto ideologico contro l’arroganza del capitale, mentre Bill Camp tratteggia uno zio malinconico e decadente, l’unico a conservare un briciolo di umanità.

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia (un titolo italiano che purtroppo sminuisce l’arguto doppio senso finanziario dell’originale How to Make a Killing) merita attenzione per come intercetta il sentimento di frustrazione collettiva del nostro tempo. In una società dove le regole del gioco sono truccate fin dalla nascita e dove un vecchio pregiudizio può cancellare una vita, la rottura violenta di quelle stesse regole rischia di apparire, agli occhi di chi è escluso, come l’unica via d’uscita logica per raggiungere il posto “dove si dovrebbe essere”.

Ciò che manca al film per raggiungere la grandezza è il coraggio di essere radicale fino in fondo, in quanto preferisce un intrattenimento estivo ben confezionato, dal ritmo incalzante e dalle interpretazioni scintillanti, a una reale destrutturazione del genere.

Resta comunque un’opera godibile, sorretta quasi interamente sulle spalle e sul carisma di Glen Powell, e un’ottima scusa per tornare in sala e lasciarsi cullare dal fascino intramontabile di una vendetta ben vestita.

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