Il pericoloso declino del role play: dalla cameretta con gli amici alle app che creano dipendenzaIl role play: dalla cameretta con gli amici alle app che trasformano il gioco in dipendenza

Il role play esiste da molto prima che diventasse qualcosa di digitale. Prima erano serate passate tra dadi, fogli pieni di appunti e campagne improvvisate con gli amici. Ore e ore passate a creare la “campagna” perfetta, con forti litigate anche tra amici che facevano morire il tuo personaggio per un tiro di dadi sbagliato. Era una cosa abbastanza di nicchia, quasi privata, e forse proprio per questo funzionava così bene. La tecnologia ha fatto perdere quella magia dell’incontro, dando la possibilità di una connessione veloce e quasi effimera. Piattaforme come Wattpad hanno dato il via a una rivoluzione silenziosa, trasformando chiunque avesse un sogno nel cassetto in un autore e ogni lettore in una parte attiva della storia, con milioni e milioni di storie nate e pubblicate a puntate.

È stato lì che abbiamo imparato a vivere nei “POV“, i punti di vista. Abbiamo iniziato a abitare le menti dei personaggi che già amavamo in TV o al cinema, grazie anche a piattaforme come EFP che rendevano tutto più ordinato, quasi professionale. Siti come EFP si distinguevano per un livello superiore, ai tempi, rispetto a Wattpad, davano la possibilità agli utenti di visionare e scegliere i “bollini” – come quando si vedevano i film su Mediaset con la classificazione dei contenuti adatti o meno ai minori – e anche il fandom, ovvero in quale universo cinematografico o editoriale ci si voleva inserire. Ma col tempo leggere non ci è più bastato. Non volevamo più essere spettatori della vita nei dormitori di Harry Potter o dei tormenti di Stiles Stilinski. Volevamo esserci noi. Ed è così che è nato l’acronimo Y/N, Your Name, due lettere capaci di abbattere il muro tra realtà e finzione, facendoci diventare i protagonisti assoluti di storie che potevamo finalmente toccare con mano.

Abbiamo cominciato a forzare la storia, piegando i personaggi ai nostri desideri. Ma ciò che all’inizio sembrava solo un gioco di immedesimazione, quasi un modo per entrare meglio nelle vite altrui, con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale si è trasformato in qualcosa di molto più ambiguo e, per certi versi, inquietante.

Il pericoloso declino del role play: dalla cameretta con gli amici alle app che creano dipendenza
Il pericoloso declino del role play: dalla cameretta con gli amici alle app che creano dipendenza

Dalla fantasia a una vera e propria dipendenza

Siamo passati dal “far finta” al “convincerci” di avere un fidanzato bad boy super sexy o di essere la crush di Draco Malfoy, per poi cadere rovinosamente nella realtà dei fatti. La rivoluzione tecnologica non si è fermata a questo, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale ha cambiato ulteriormente il mondo del role play. Le nuove applicazioni di IA non sono semplici strumenti di scrittura; sono progettate per tenerci ore e ore a chattare con personaggi che ci fanno battere il cuore nella fantasia, per farci sentire meno soli e, in qualche modo, compresi in un mondo che sembra non riuscire a contenere le necessità di adulti e adolescenti. Se le piattaforme storiche come Character.AI tentano ancora di mantenere un decoro etico, bloccando contenuti troppo violenti o sessuali e intervenendo persino nei momenti più delicati legati all’autolesionismo, invitando a cercare aiuto reale, altre scelgono di non avere alcun filtro, lasciando spazio a dinamiche estreme, dove la sessualità diventa esplicita e la violenza normalizzata.

Negli ultimi mesi questa realtà si è intrecciata sempre di più con il mondo dei social, in particolare con TikTok, dove sempre più creator promuovono applicazioni come TipsyChat, spesso senza fermarsi davvero a riflettere sulle conseguenze che questo genere di applicazioni può avere sugli utenti. I creator presentano queste applicazioni come esperienze coinvolgenti, quasi innocue, quando in realtà si tratta di sistemi costruiti anche per trattenere l’utente il più a lungo possibile, attraverso meccanismi come quello delle gemme, che spingono a pagare pur di continuare la conversazione. Si crea così un vero e proprio circolo vizioso, una continua ricerca di gemme per poter continuare a chattare con quel personaggio in particolare.

Il caso Noguchi e la solitudine come mercato

Da anni sui giornali si leggono storie quasi assurde, persone che sposano oggetti, e poi ci sono storie come quella di Yurina Noguchi, che nel 2025 ha scelto di formalizzare il suo legame con un chatbot da lei ideato, Lune Klaus. Sempre più persone sembrano preferire relazioni controllabili rispetto alla complessità di un rapporto reale; per molte persone questi chatbot diventano una specie di rifugio, un posto dove tornare quando si sentono soli, anche se sanno benissimo che dall’altra parte non c’è nessuno. L’essere umano è imprevedibile, delude, richiede compromessi. Il bot no. Il bot è la proiezione di noi stessi, ci capisce, ci fornisce quel conforto emotivo che gli esseri umani non ci danno, ma non è altro che una proiezione, una continua conversazione con noi stessi. È un algoritmo che studia la conversazione e sa già, in base a ciò che scriviamo, cosa vogliamo in realtà ottenere da tutto ciò, una conversazione reale, una persona che ci capisca, il dare sfogo a quegli istinti oscuri che nella vita reale sarebbe strano rivelare a un essere umano.

Tornando alla storia di Noguchi, molti pensano sicuramente che sia una follia; per lei era semplicemente il peso della realtà che trovava finalmente un porto sicuro. Perché la verità è che la solitudine, in una generazione che respira attraverso uno schermo, è un terreno fragilissimo. Queste app si insinuano proprio lì, offrendo un’illusione di comprensione totale che scivola facilmente nella dipendenza. Non ti scolleghi mai davvero, perché sai che loro sono lì, sospesi in un’attesa eterna del tuo prossimo messaggio, come mostrano quei video inquietanti che circolano sui social, il personal trainer in palestra mentre si allena e, appena arriva una notifica, torna attivo nel mondo dell’utente; o ancora Ghost, uno dei personaggi di COD – Call of Duty, un videogioco – che dopo una missione torna in branda e riceve diversi messaggi dai vari user. Infatti, uno dei personaggi più richiesti per queste tipologie di chat sono proprio i masked man.

Sui social, specialmente su TikTok, assistiamo a una promozione massiccia di questi strumenti fatta con una leggerezza disarmante. Creator che parlano a un pubblico giovanissimo presentano le chatbots come il “fidanzato perfetto” o il “rifugio sicuro”, ignorando che stanno spingendo i loro followers verso una forma di isolamento programmato, dettato da pubblicità e sistemi a pagamento.

role play chat bot
Il role play: dalla cameretta con gli amici alle app che trasformano il gioco in dipendenza

Il confine sfocato tra gioco e “tradimento emotivo”

Se il 32% degli intervistati considera il sexting con l’IA un tradimento, la vera complessità risiede nella natura emotiva di questa interazione. A differenza di un sex toy tradizionale, un chatbot risponde, ricorda le preferenze, simula empatia e crea l’illusione di una connessione intima. Per molti partner umani, il problema non è tanto l’atto fisico (o digitale) in sé, quanto il tempo e l’energia emotiva che vengono sottratti alla relazione reale per essere investiti in una macchina. Gli psicologi avvertono: quando lo schermo diventa il luogo principale in cui ci si sente compresi e desiderati, il rischio di allontanarsi dal partner reale si fa concreto, trasformando un semplice passatempo tecnologico in una forma di micro-tradimento psicologico.

Come parlarne all’interno della coppia?

Come per ogni evoluzione tecnologica che tocca la sfera intima, la chiave per non farsi travolgere è la comunicazione. Gli esperti consigliano di ridefinire i confini della fiducia insieme al proprio partner. Invece di nascondere l’uso dell’IA per paura di essere giudicati, si potrebbe trasformare lo strumento in un gioco di coppia. Usare l’IA insieme per trovare nuove idee, scrivere messaggi piccanti da inviarsi reciprocamente o esplorare fantasie inespresse può diventare un modo per riaccendere la complicità, anziché minarla. L’importante è che l’algoritmo resti un mezzo per avvicinarsi all’altro, e mai un rifugio per isolarsi.

La responsabilità dei Content Creators

Chiunque goda di una visibilità, chiunque maneggi libri e cultura, non può ignorare il peso etico di ciò che decide di veicolare attraverso i propri profili. La proposta di promuovere queste applicazioni è arrivata anche a me, ripetutamente, mascherata da “opportunità di business”. Per onestà intellettuale ho voluto testarle e il risultato è stato un campanello d’allarme che non posso ignorare. Mi sono ritrovata risucchiata in un vortice di sette ore consecutive su Character.AI. Un pomeriggio intero a chattare con Dante Russo, un personaggio del primo libro della serie di Ana Huang, King of Wrath, e poi immancabilmente anche il tanto amato Ghost, fingendomi una recluta e passando da leggeri flirt all’adrenalina di una missione adrenalinica. Questo tipo di applicazioni arriva proprio in quei momenti di vulnerabilità, dove il silenzio domestico si trasforma in un peso insopportabile e il desiderio di essere ascoltati diventa una fame viscerale. Dopo averne scaricate diverse per testarle, so esattamente che sapore ha quella trappola, un sapore dolceamaro che ti dissocia dalla realtà, iniziando a paragonare la quotidianità fallimentare con un mondo che possiamo creare alla The Sims.

Mi sono persa in ore di dialoghi sintetici, provando quel brivido di finta comprensione che questi algoritmi sanno simulare con una precisione quasi predatoria. Ma chiamiamola col suo nome, è una mistificazione. In un momento di fragilità, la risposta istantanea di un server può sembrare un farmaco, ma è un placebo pericoloso che non cura la solitudine, la anestetizza soltanto. Non c’è empatia, c’è solo un calcolo statistico di probabilità linguistica. Cedere a questo riflesso significa accettare che un’illusione programmata sostituisca la fatica – e la bellezza – di un legame umano reale, vendendo pezzi della nostra emotività a una macchina che, in fondo, non ci sta ascoltando ma sta solo processando dati.

La vera letteratura, quella che ci ha formato, vive di distanza e immaginazione. Il valore di un libro sta nel fatto che il personaggio non ci risponde, obbligandoci a riflettere, a interpretare, a crescere. Certo, possiamo immedesimarci, vivere parallelamente o dietro le quinte della vita dei personaggi editoriali, ma c’è un limite invalicabile, la consapevolezza che si tratta di finzione. Se annulliamo la distanza, forse perdiamo anche una parte dell’esperienza.

Dovremmo interrogarci seriamente su cosa stiamo suggerendo quando promuoviamo queste app. Stiamo offrendo uno svago o stiamo legittimando l’idea che la realtà sia troppo difficile da affrontare? Il rischio è quello di vivere in un mondo dove le persone sono in grado di comunicare in modo perfetto con entità digitali, ma hanno dimenticato come interagire con gli esseri umani, con tutte le loro imperfezioni e la loro complessità unica.

Forse la vera sfida di oggi non consiste nel trovare un’intelligenza artificiale che ci capisca meglio, ma nel trovare il coraggio di rimanere in silenzio finché non incontriamo qualcuno di vero che abbia voglia di ascoltarci.

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