La nostra intervista esclusiva all’attore e regista premio Oscar Fisher Stevens, produttore del celebre documentario “The Cove – La baia dove muoiono i delfini”
La nostra intervista esclusiva all’attore e regista premio Oscar Fisher Stevens, produttore del celebre documentario “The Cove – La baia dove muoiono i delfini”. L’incontro è avvenuto in occasione della presentazione del film a Lucca, dove Stevens è stato ospite d’onore nell’ambito degli “Incontri speciali di primavera del Lucca Film Festival”.
Fisher Stevens, nato a Chicago e co-fondatore della Naked Angels Theatre Company, vanta una carriera eclettica che spazia dal teatro di Broadway, dall’aver interpretato Ben Jahrvi in Corto circuito e Corto circuito 2 alla sua partecipazione a serie iconiche come Frasier, Friends, Lost, The Blacklist e Succession, solo per citarne alcune.
Nel 2010 ha raggiunto la vetta del cinema documentario vincendo l’Oscar per “The Cove”, un’opera di denuncia girata in segreto a Taiji, in Giappone, che svela i massacri di delfini e i rischi del mercurio nelle carni. Il film, diretto da Louie Psihoyos, ha scosso le coscienze globali, diventando un manifesto dell’attivismo ambientale nonostante le forti controversie internazionali e i documentari di risposta nati negli anni successivi.

“The Cove”: Intervista Esclusiva con il Produttore Fisher Stevens
Fisher, a distanza di oltre dieci anni, qual è secondo te l’impatto più profondo che “The Cove” ha avuto sulla realtà di Taiji e sulla coscienza collettiva?
Fisher Stevens: “Mettere insieme questa storia è stata una sfida enorme. Avevamo 400 ore di girato e dovevamo trasformarle in qualcosa che non fosse una noiosa lezione, ma un thriller coinvolgente, nello stile di Ocean’s 11. Solo l’emozione spinge le persone ad agire. Dopo il film, le uccisioni sono state dimezzate e molti attivisti mi dicono ancora oggi che è stato quel film a spingerli a occuparsi di ambiente. Di questo vado incredibilmente fiero.”
C’è un momento preciso nella tua vita in cui hai capito che dovevi usare il cinema per l’ambiente? Come è nato il tuo impegno?
Fisher Stevens: “È nato sott’acqua. Io e il regista Louie Psihoyos siamo subacquei. Un giorno, dopo un’immersione nel Mar dei Coralli con il nostro amico Jim Clark, lui era profondamente triste. Ci spiegò come la barriera stesse morendo a causa del carbonio nell’aria che scalda gli oceani. Lì ho capito che dovevo fare qualcosa. Mi sono ossessionato all’idea di come un film possa fare la differenza. Da attore di teatro sono passato a un mondo dove potevo denunciare le ingiustizie.”
Hai lavorato con figure come Barack Obama e Leonardo DiCaprio in “Before the Flood”. Eppure oggi sembri meno ottimista rispetto al passato. Cosa ti preoccupa di più della situazione politica attuale?
Fisher Stevens: “È un momento difficile. In ‘Before the Flood’ Obama diceva a Leo che chiunque fosse venuto dopo di lui avrebbe capito l’importanza del clima. Si sbagliava. Quello che l’amministrazione Trump ha fatto alle agenzie di protezione ambientale negli Stati Uniti è criminale. Vedere come oggi sia difficile distribuire film come ‘We Are Guardians’, che racconta la distruzione dell’Amazzonia, mi rattrista. Sembra quasi di essere tornati al maccartismo degli anni ’50. Ma non mi arrendo, continuo a lottare.”
In un’epoca dove tutti hanno uno smartphone, cosa consiglieresti a chi vuole iniziare a raccontare la verità oggi? Soprattutto alle giovani generazioni?
Fisher Stevens: “Sarò molto incoraggiante con loro. Con un iPhone e un computer oggi puoi fare tutto. Se senti un’ingiustizia, ambientale o politica che sia, vai e filma. Non serve un budget enorme, serve la passione. Spero che ‘The Cove’ dimostri loro che si può fare informazione in modo divertente e avvincente. Anche un corto di cinque minuti può essere l’inizio di qualcosa di grande.”
Come riesci a bilanciare la tensione dei documentari di denuncia con il tuo lavoro di attore in serie di successo come “Succession”?
Fisher Stevens: “Recitare è il mio momento di relax. Quando produco un documentario ogni secondo è una decisione difficile da prendere. Quando recito, imparo le mie battute, vado sul set e qualcuno mi dice cosa fare: è un sollievo incredibile! Mentre giravo ‘Succession’, usavo le pause per montare la serie su David Beckham. Ho bisogno di recitare per non impazzire dietro alle ossessioni dei film che produco.”
Oltre all’impegno ambientale, nei tuoi lavori emerge sempre una forte attenzione per l’umanità. Cosa ti ha insegnato, nel profondo, questo percorso?
Fisher Stevens: “Mi ha insegnato l’empatia. Il documentario mi ha permesso di fare il giro del mondo e di approfondire la condizione umana, di capire perché le persone fanno certe scelte. Ho appena prodotto ‘A King Like Me’, sulla realtà afroamericana negli Stati Uniti: è un film bellissimo in cui ho perso molti soldi, ma che amo profondamente. Continuo a farlo perché amo le persone e le loro storie. Nonostante viviamo in tempi spaventosi, il cinema mi permette di restare connesso alla parte migliore dell’umanità.”
Qui l’intervista video completa a Fisher Stevens, produttore di “The Cove – La baia dove muoiono i delfini”
Ascoltare Fisher Stevens è stato come attraversare, in poche battute, le contraddizioni del presente. Da una parte il fascino di Hollywood, dall’altra un impegno civile concreto, spesso logorante, che raramente convive con quel tipo di visibilità. Nel corso della conversazione emergeva chiaramente una certa fatica, quasi una frustrazione nei confronti di un sistema che non sempre sembra pronto ad accogliere — o anche solo ad ascoltare — i messaggi urgenti dei suoi documentari. Eppure, insieme a questa stanchezza, restava intatta una curiosità profonda, autentica, verso le storie degli altri.
Gli abbiamo chiesto di non fermarsi, perché anche quando ci si sente poco più che “gocce nell’oceano”, certe opere, proprio come “The Cove”, hanno la forza di muovere le acque, creando increspature che impediscono all’indifferenza di diventare la norma.
La sua dedizione resta un esempio concreto per chi continua a credere che la verità, quando viene raccontata con onestà, possa ancora lasciare un segno.
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