L’asticella dei buffi emotivi: perché Due spicci è il pezzo più doloroso del puzzle di ZerocalcareL’asticella dei buffi emotivi: perché Due spicci è il pezzo più doloroso del puzzle di Zerocalcare

Zerocalcare torna su Netflix una nuova serie animata “Due Spicci”, una storia con vecchi personaggi ma tematiche sempre più attuali, ecco la nostra recensione.

Alla fine ci siamo cascati di nuovo. Pensavamo di andare su Netflix dal 27 maggio per farci due risate con Secco che vuole andare a pià il gelato, Cinghiale che fa danni e l’Armadillo che ci dispensa pillole di cinismo romano. E invece, Michele Rech (Zerocalcare) ci ha teso l’ennesimo trappolone.

Se Strappare lungo i bordi era la mazzata esistenziale dell’inadeguatezza giovanile e Questo mondo non mi renderà cattivo il corpo a corpo con la coscienza politica, Due spicci sposta l’asticella ancora più in là. Più in profondità, dove fa più male. È un lavoro denso, a tratti quasi un noir dell’anima che ti lascia addosso una quantità di roba da assimilare che a un certo punto devi stoppare l’episodio e guardare il soffitto.

Questa terza serie non è solo un seguito, ma una radiografia spietata di cosa significa guardarsi allo specchio oggi e sentirsi, semplicemente, fuori sincrono.

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L’asticella dei buffi emotivi: perché Due spicci è il pezzo più doloroso del puzzle di Zerocalcare

Muri alti e il terrore del “marcio” dentro

Il cuore pulsante di Due spicci gira attorno a un sentimento che unisce chiunque stia provando a diventare adulto oggi, quel senso perenne di essere fuori dal mondo. Inadeguati alla vita vera, schiacciati tra le aspettative e la realtà, con la perenne sensazione di non saper maneggiare le responsabilità.

C’è una metafora potentissima nella serie, i muri che ci costruiamo attorno. Alziamo barriere altissime, invalicabili, e guai a far entrare qualcuno nelle stanze più intime. Perché? Per la paura fottuta che, se qualcuno entra e vede il “marcio” che nascondiamo – le nostre debolezze, i fallimenti, le fragilità –, si spaventi e vada via. E a quel punto toccherà raccogliere i pezzi e ricostruire tutto da capo. Allora preferiamo stare soli, arroccati nei nostri castelli di macerie.

In questa solitudine difensiva si infila una verità scomoda che la serie ti sbatte in faccia senza filtri, l’incapacità, a volte, di riuscire a pensare agli altri se stiamo male noi. Quando stai affogando nei tuoi “due spicci” di problemi, difficilmente riesci a lanciare un salvagente a chi ti sta accanto. Diventiamo egoisti per legittima difesa, anche se questo dentro ci logora.

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L’asticella dei buffi emotivi: perché Due spicci è il pezzo più doloroso del puzzle di Zerocalcare

La violenza invisibile e l’anatomia della tossicità: l’illusione di poter salvare tutto (anche noi stessi)

È quando scava nelle pieghe delle relazioni che la serie fa un salto di maturità spaventoso, andando a toccare il tema della violenza domestica, dei rapporti tossici e della difficoltà immane, quasi sovrumana, di uscirne. Zero scardina i cliché della narrazione da prima serata e ci mostra un paradosso che fa malissimo, quello di alcune donne che, pur avendo subito abusi, finiscono per giudicare “deboli” le altre persone nella loro stessa situazione.

C’è questa convinzione distorta che in fondo basti la forza di volontà, che basti “alzare la testa”. È il meccanismo perverso della negazione, uno scudo per non ammettere di essere vulnerabili, quando invece la forza più grande – quella che ti strappa le viscere ma ti salva la vita – è proprio accettare di aver bisogno d’aiuto e urlarlo fuori.

Questo fango, però, non si limita ai casi estremi; striscia anche nelle nostre stanze, nei rapporti che definiamo “normali” e che invece si stanno consumando un pezzo alla volta. Due spicci mette davanti alla realtà di una relazione che ci deteriora, di come ci distruggiamo a vicenda quando le cose iniziano a rompersi, fotografando perfettamente il meccanismo infernale dei nostri litigi.

Avete presente quando, dopo una discussione pesante, si avverte il bisogno quasi fisico di dire cose sempre più brutte, sempre più cattive? È come se le parole dette cinque minuti prima avessero perso peso, non bastassero più a fare scudo. E allora, per ferire davvero l’altro o per difendere un briciolo di orgoglio ferito, si deve ogni volta alzare l’asticella della cattiveria, andando a pescare le cose che fanno più male, quelle che sappiamo che lasceranno la cicatrice.

E mentre guardi i personaggi dibattersi in questa spirale di parole affilate e silenzi che pesano come macigni, ti scontri con la realtà più frustrante di tutte, l’impotenza. Quella sensazione perenne che, nonostante tutti gli sforzi, i fumetti, le parole giuste e le migliori intenzioni del mondo, alla fine tu non possa risolvere un bel nulla. Ti ritrovi lì, con le mani in mano, a capire che non puoi salvare tutti.

Non puoi salvare chi non è pronto per essere salvato, e non puoi nemmeno tappare i buchi di una barca che l’altro vuole far affondare a tutti i costi. Per chiunque sia cresciuto con l’idea fissa di dover aggiustare le cose, con la sindrome del crocerossino o del paladino della giustizia da centro sociale, questa consapevolezza è una coltellata allo stomaco, ma è la lezione più onesta che la serie ci sbatte in faccia.

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L’asticella dei buffi emotivi: perché Due spicci è il pezzo più doloroso del puzzle di Zerocalcare

Le madri sanno tutto (anche se facciamo finta di niente)

In mezzo a tutto questo buio, c’è un raggio di luce calda, riflessiva e a tratti dolorosa che tocca una delle corde più scoperte di tutta la serie, il rapporto con i genitori, e in particolare con le madri. C’è una dinamica universale, quasi ancestrale, che chiunque stia provando a barcamenarsi nell’età adulta conosce fin troppo bene. È quel tentativo disperato, quasi infantile nella sua ingenuità, di proteggerle.

Sviluppiamo una specie di filtro censura per cui, quando andiamo a trovarle o le sentiamo al telefono, proviamo in tutti i modi a non farle preoccupare per i casini della nostra vita quotidiana. Le nascondiamo i conti che non tornano, le angosce che ci stringono la gola la notte, i fallimenti sentimentali, le porte sbattute in faccia e quella sensazione perenne di non avere un piano B. Costruiamo una facciata di normalità, convinti di essere diventati bravissimi a recitare la parte di quelli che “hanno tutto sotto controllo”.

Ma la verità è che loro sanno sempre tutto. Non serve mettere i problemi in fila, a una madre basta uno sguardo. Ci guardano dentro, attraversano i nostri sorrisi tirati, le risposte sbrigative, e leggono il disastro esattamente per quello che è. La cosa che fa più riflettere, però, è il loro silenzio. Spesso fanno finta di non vedere, assecondano il nostro gioco e rimangono un passo indietro.

Non lo fanno per indifferenza, ma per un rispetto immenso e protettivo, per non privarci di quella dignità fragile che cerchiamo di difendere a stento, per lasciarci l’illusione di potercela fare da soli. È un patto segreto e non scritto, fatto di sguardi di sfuggita e tazzine di caffè poggiate sul tavolo, che ci ricorda che non importa quanti muri decideremo di alzare contro il resto del mondo, per chi ci ha messo al mondo, quei muri saranno sempre di cartone.

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L’asticella dei buffi emotivi: perché Due spicci è il pezzo più doloroso del puzzle di Zerocalcare

Il bilancio finale Due spicci: camminare tra le crepe

Usciti dalla visione di questi episodi di Due spicci, la sensazione fisica è quella di aver partecipato a una seduta di psicoterapia collettiva, di quelle dove nessuno parla ma tutti piangono guardando lo stesso punto sul pavimento. Zerocalcare non fa sconti a nessuno, tantomeno a se stesso. Si spoglia di fronte all’obiettivo senza il paracadute dell’ironia fine a se stessa, usandola invece come un bisturi per arrivare all’osso.

Se pensavamo che dopo l’apice emotivo e il dolore sordo delle prime due serie non si potesse scendere più a fondo nelle paludi dell’animo umano, ci sbagliavamo di grosso. Con Due spicci, Michele Rech ci dimostra che c’è sempre un livello sotterraneo che avevamo paura di esplorare, quella botola di rovi da non aprire e in cui rintanarci dopo una giornata di “normale socialità”.

Questa serie non ti lascia addosso la classica malinconia da fine visione; ti lascia addosso delle domande scomode che proverai a ignorare nei giorni successivi, fallendo. Ti costringe a chiederti quanti dei tuoi muri siano diventati la tua prigione, quante volte hai alzato l’asticella del rancore per non ammettere che stavi affogando, e quanti sguardi hai evitato per non farti leggere dentro.

Alla fine, il grande miracolo di Due spicci sta in una lezione di una lucidità disarmante, crescere non significa smettere di avere paura, non significa trovare magicamente tutte le risposte o diventare improvvisamente quegli adulti risolti e d’acciaio che ci proiettavano da bambini. Diventare grandi significa, semplicemente, imparare a camminare tra le crepe senza l’ossessione di doverle riparare per forza.

Significa accettare che quel marcio che nascondiamo dietro al muro, quel senso di inadeguatezza che ci fa sentire così sbagliati e fuori dal mondo, se condiviso, perde gran parte del suo potere terrorizzante. Fa un po’ meno schifo. E forse, in questo disperato e bellissimo casino che è la vita, bastano davvero due spicci di empatia per sentirsi, finalmente, un po’ meno soli.

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