The Social: Il prezzo della verità la recensione del nuovo film di Aaron SorkinThe Social: Il prezzo della verità la recensione del nuovo film di Aaron Sorkin

La nostra recensione di The Social: Il prezzo della verità dove Aaron Sorkin torna nel mondo di Facebook sedici anni dopo The Social Network, neòlle sale italiane dall’8 ottobre

«È vero, l’ho letto su Facebook». Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase e quante volte, magari, l’abbiamo utilizzata noi stessi? In poco più di vent’anni Facebook ha cambiato profondamente il nostro rapporto con le informazioni, trasformandosi da social network nato per mettere in contatto le persone in uno dei luoghi attraverso cui milioni di utenti leggono notizie, formano opinioni e incontrano ogni giorno contenuti scelti da un algoritmo.

È da questa consapevolezza che parte The Social: Il prezzo della verità, scritto e diretto da Aaron Sorkin e nelle sale italiane dall’8 ottobre con Eagle Pictures. Al centro del film c’è una domanda che ritorna continuamente, anche quando nessuno la pronuncia apertamente. Cosa si è disposti a sacrificare in nome del profitto e fin dove ci si può spingere quando si conoscono le conseguenze delle proprie decisioni?

Sorkin torna così a occuparsi di Facebook sedici anni dopo aver firmato la sceneggiatura di The Social Network, il film di David Fincher che nel 2011 gli valse l’Oscar. Allora raccontava la nascita del social e le battaglie personali e legali che ne avevano accompagnato l’ascesa. Oggi ritrova una creatura completamente diversa, cresciuta fino a diventare parte integrante della vita quotidiana e nel modo in cui milioni di persone entrano in contatto con le informazioni.

The Social Reckoning

Ora, non sappiamo chi o cosa abbia spinto la Sony a voler cambiare il titolo. Sì perché anche il titolo originale stabiliva un legame preciso con il film di Fincher. Da The Social Network si passa a The Social Reckoning, dove “reckoning” porta con sé l’idea di una resa dei conti, del momento in cui bisogna confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte. Il titolo italiano, Il prezzo della verità, sposta maggiormente l’attenzione su Frances Haugen e Jeff Horwitz e sul costo che comporta decidere di portare quella verità fuori dagli uffici di Facebook e renderla pubblica.

Quanto vale la nostra rabbia

The Social: Il prezzo della verità è puro Sorkin, soprattutto quando comincia a ragionare sul rapporto tra informazione, potere e responsabilità. Il film entra nei meccanismi di una piattaforma che ha scoperto quanto rabbia, contrapposizione e indignazione siano capaci di generare interazioni, spingendo gli utenti a reagire, commentare e condividere.

Pensateci un attimo. Quante volte, mentre scrolliamo, passiamo oltre il titolo di una notizia che non riesce immediatamente ad attirare la nostra attenzione? Quanto più facilmente ci fermiamo davanti a un commento che giudichiamo stupido o privo di senso, a un’opinione che ci fa arrabbiare o a un’offesa gratuita? E soprattutto, quanti di noi dopo aver letto una notizia vanno davvero a controllarne la fonte?

Sono comportamenti che fanno parte della nostra quotidianità e che acquistano un significato diverso quando ogni reazione ha anche un valore economico. Più discutiamo, più commentiamo, più condividiamo e più rimaniamo sulla piattaforma. La polarizzazione diventa così parte di un meccanismo capace di alimentarsi attraverso le nostre stesse reazioni, mentre le persone vengono progressivamente divise attraverso contenuti che suscitano rabbia e odio.

Dentro questo discorso trova spazio anche la decisione di Facebook di escludere le dichiarazioni e le inserzioni dei politici dal normale sistema di fact-checking di terze parti, una posizione difesa pubblicamente da Zuckerberg nel 2019 sostenendo che una società privata non dovesse decidere quali dichiarazioni politiche potessero raggiungere gli elettori. Il problema sollevato dal film riguarda quindi anche il confine tra libertà di espressione e responsabilità di una piattaforma che decide attraverso i propri sistemi quali contenuti far arrivare davanti agli occhi di miliardi di persone.

Per comprendere quanto Facebook sapesse degli effetti prodotti da quei meccanismi serviva però qualcuno che li conoscesse dall’interno. È qui che entra in scena Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, data scientist ed ex product manager dell’azienda che prima di andarsene raccolse migliaia di pagine di documenti interni.

Frances Haugen contro un gigante

Haugen è il personaggio più coraggioso del film perché la sua decisione nasce dalla conoscenza diretta del sistema. Sa cosa contengono quei documenti, comprende i dati che sta leggendo e soprattutto conosce le dimensioni della società contro cui ha deciso di esporsi.

Una storia alla Davide contro Golia, con la differenza che questa volta i Davide sono due. Il secondo è Jeff Horwitz, interpretato da Jeremy Allen White, giornalista investigativo del Wall Street Journal.

Il rapporto tra Haugen e Horwitz permette a Sorkin di rendere accessibile anche la parte più tecnica della vicenda. Lei conosce perfettamente il linguaggio dei dati e degli algoritmi, mentre lui davanti ad alcuni meccanismi di Facebook appare completamente fuori dal proprio elemento. Guardarlo mentre cerca di orientarsi tra concetti per lui quasi incomprensibili ricorda il tentativo di spiegare ai nostri bisnonni perché un hashtag o un trend possano avere un peso enorme nella circolazione di una notizia.

The Social: Il prezzo della verità la recensione del nuovo film di Aaron Sorkin
The Social: Il prezzo della verità la recensione del nuovo film di Aaron Sorkin

Da tutto il materiale ottenuto nasceranno i Facebook Files.

Proprio questa differenza fa funzionare molto bene l’intesa tra Madison e White. Lei conosce il linguaggio dei dati e degli algoritmi, lui quello delle fonti e dell’indagine giornalistica, e il loro rapporto cresce mentre entrambi cercano di comprendere come rendere pubblica una storia dalle conseguenze enormi. Mikey Madison, al suo primo ruolo importante dopo l’Oscar per Anora, è molto credibile nei panni di Haugen e riesce a restituire la determinazione di una donna che sa perfettamente cosa rischia. White costruisce invece un Horwitz curioso e insistente, costretto a imparare rapidamente un linguaggio che inizialmente sembra quasi estraneo al suo modo di lavorare.

La pubblicazione dei documenti cambia inevitabilmente anche ciò che accade dall’altra parte. Nell’autunno del 2021 Facebook si trova al centro delle rivelazioni contenute nei Facebook Files, delle audizioni di Haugen e di una pressione crescente da parte dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Poche settimane dopo, il 28 ottobre, Facebook Inc. annuncia il cambio di nome in Meta.

Da Facebook a Meta

Ufficialmente il nuovo nome serve a rappresentare una società ormai molto più grande del singolo social network e il progetto di Zuckerberg di puntare sul metaverso. Il momento in cui avviene il cambiamento resta però strettamente legato al contesto nel quale Sorkin ambienta il proprio racconto, perché arriva mentre il nome Facebook è sottoposto a una delle pressioni più forti della sua storia.

I documenti portati all’esterno da Haugen rendono ancora più importante una distinzione. Il problema raccontato dal film riguarda ciò che l’azienda aveva imparato attraverso le proprie ricerche interne e le decisioni prese dopo aver avuto accesso a quelle informazioni. La domanda sul profitto torna quindi con maggiore forza, perché conoscere le conseguenze di un sistema significa anche dover decidere quanto si è disposti a modificarlo quando quello stesso sistema continua a produrre interazioni, crescita e ricavi.

È a questo punto che Jeremy Strong entra davvero nel cuore del film nei panni di Mark Zuckerberg, ormai lontanissimo dal giovane fondatore interpretato da Jesse Eisenberg in The Social Network. Sono trascorsi anni e quel ragazzo di Harvard è diventato una figura di potere quasi inimmaginabile. Strong è fantastico nel restituirne la freddezza, anche davanti a decisioni dalle conseguenze enormi, con lo sguardo costantemente rivolto agli interessi dell’azienda.

Il confronto con Haugen diventa ancora più netto perché entrambi conoscono Facebook dall’interno, ma si trovano ai due estremi della vicenda.

Intorno a Zuckerberg si muove poi, una struttura costruita per gestire le conseguenze pubbliche delle decisioni dell’azienda. Wunmi Mosaku, dopo il ruolo dell’agente B-15 della TVA in Loki, interpreta qui un’esperta di comunicazione di crisi cercando di trovare una rìnarrativa e risposte plausibili che non danneggino ulteriormente l’immagine del magnate.

Oltre a Strong anche Bill Burr catalizza l’attenzione dello spettatore con Sorkin che gli affida riflessioni su fatti, bugie, informazione e stato della democrazia, riprendendo temi che lo stesso autore aveva affrontato già nel 2019 in un editoriale pubblicato sul New York Times. Attraverso Burr quelle idee diventano dialogo, acquistano ritmo e soprattutto attirano l’attenzione del pubblico che le ascolta.

The Social: Il prezzo della verità la recensione del nuovo film di Aaron Sorkin
The Social: Il prezzo della verità la recensione del nuovo film di Aaron Sorkin

Del resto Sorkin conosce molto bene la forza della parola pronunciata.

Da The West Wing a The Newsroom, fino a The Trial of the Chicago 7, ha costruito buona parte del proprio cinema e della propria televisione intorno a personaggi capaci di discutere, argomentare e scontrarsi attraverso dialoghi serrati. Quando si parla di news, cinema e intrighi, si trova quindi in un territorio che conosce perfettamente, e The Social: Il prezzo della verità riunisce molti degli elementi che attraversano da anni la sua scrittura.

The Social: Il prezzo della verità è un bel film, sostenuto da un buon ritmo per tutte le sue oltre due ore con l’attenzione che rimane attenta e vigile persino durante i passaggi più tecnici. I dialoghi serrati aiutano a gestire una quantità enorme di informazioni e rendono comprensibili anche alcuni meccanismi legati agli algoritmi e al funzionamento della piattaforma.

Si torna così inevitabilmente al punto di partenza, a quella frase pronunciata così tante volte da essere diventata quasi una battuta. «È vero, l’ho letto su Facebook». Dopo aver seguito Haugen, Horwitz e tutto ciò che quei documenti hanno portato alla luce, diventa difficile ascoltarla nello stesso modo.

The Social: Il prezzo della verità ci ricorda quanto raramente ci fermiamo a riflettere sul perché proprio quel contenuto sia arrivato davanti ai nostri occhi, chi abbia interesse a mostrarcelo e quanto di ciò che leggiamo abbiamo realmente verificato. Ecco perchè ritornano le domande fatte all’inizio:

quanto si è disposti a sacrificare in nome del profitto e fin dove ci si può spingere sapendo perfettamente quali conseguenze possono avere le proprie scelte?

The Social: Il prezzo della verità nelle sale italiane dall’8 Ottobre

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Di Manuela Cristiano

Mi chiamo Manuela Cristiano e sono Laureata al Dams come sceneggiatrice Cinema e Televisione classe... Mi piace lasciare sempre un alone di mistero (dai finchè è mistero e non è altro va sempre bene). Amo il cinema e le serie Distopiche ma non amo quando la distopia diviene realtà. Ah "Sono impossibile da dimenticare ma difficile da Ricordare"

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