La nostra intervista al regista Giuseppe Bonito, dietro la macchina da presa del film ‘Fame d’aria’ presentato nella sezione Confronti alle Giornate degli Autori durante l’83ª mostra del cinema di Venezia
Presentato a Venezia 83, ‘Fame d’aria’ è un film che sceglie di guardare senza filtri alla solitudine dei caregiver e alla complessità del rapporto tra un padre disperato e un figlio con disabilità. Tratto dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, la pellicola porta sullo schermo una storia intensa e profondamente umana, in cui dolore e solitudine si intrecciano. Ne abbiamo parlato con il regista Giuseppe Bonito, che racconta le ragioni personali che lo hanno avvicinato al film, il lavoro sul set e la necessità di dare spazio, attraverso il cinema, a realtà ancora troppo spesso invisibili.
Intervista a Giuseppe Bonito
BN: A Venezia 83 è stato presentato il suo nuovo film ‘Fame d’aria’, una storia struggente che denuncia la vita difficile dei caregiver. La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo di Daniele mencherelli. Da regista come si è voluto approcciare alla storia di Jacopo e di suo padre?
Giuseppe Bonito: «Diciamo, l’aspetto interessante, ma proprio attrattivo del libro, è stata forse una congiuntura. Ho accettato di fare questo film perché mi è stato proposto e, nel momento in cui ho letto il libro per pensare a una possibile attività cinematografica, ero diventato padre da poco. Quindi, al di là di tutto quello che il film racconta, è qualcosa che mi tocca anche da vicino, perché io stesso sono fratello di una persona con disabilità. Il tema della fatica e della profonda solitudine di un caregiver sicuramente è importante, ma penso che l’aspetto veramente attrattivo per me sia stata anche la possibilità di raccontare, seppur in una declinazione molto estrema, proprio la genitorialità declinata al maschile. Mi piaceva molto che, dopo L’Arminuta, che esplorava una genitorialità declinata al femminile, qui avessi la possibilità di fare il contrario. Quindi, in qualche maniera, probabilmente il film registra anche questo sentimento paterno nuovo che, nel momento in cui abbiamo scritto il film e l’abbiamo girato, impattava anche un po’ la mia vita.»
BN: Il film non poteva che essere più attuale. Dopo la vicenda della piccola Bianca e della sua famiglia, come si è sentito umanamente? e soprattutto crede che un film come ‘Fame D’aria potrebbe aiutare ulteriormente a dare voce alle famiglie con persone con disabilità grave?
Giuseppe Bonito: «Sì, credo di sì. Prima avrei risposto in maniera meno categorica, ma trovo che ci sia intanto da colmare un gap narrativo su questi temi. Spesso questo tipo di racconto viene fatto in maniera molto funzionale alle esigenze drammaturgiche. Per esempio, sull’autismo si tende a privilegiare il racconto del personaggio ad alto funzionamento, affetto dalla sindrome di Asperger, seguendo un paradigma che da Rain Man in poi è molto funzionale, perché si sottolineano gli aspetti più istrionici, più genialoidi. Si tende invece a rimuovere quasi l’autismo di profondità, a basso funzionamento, come quello raccontato nel romanzo e nel film, perché porta poca spettacolarità e poca effervescenza drammaturgica.
Io sentivo personalmente il bisogno di fare una narrazione molto frontale, senza quasi nessun filtro linguistico del cinema. La sento necessaria in questo momento, anche alla luce dei fatti di cronaca che ciclicamente emergono. Sono solitudini disperate, come quella di Pietro, il genitore raccontato nel film, che emergono soltanto per un momento. La cronaca accende una fiammella e poi si rispegne. Quando invece sarebbe doveroso raccontare queste persone, che soffrono di una solitudine sociale e istituzionale gravissima, ma anche di una solitudine culturale, che riguarda anche il cinema. Quindi io non solo penso che raccontare con onestà e frontalità questo tipo di situazione sia utile, ma che sia anche doveroso.»
BN: Durante la lavorazione ha raccolto ulteriori testimonianze di caregiver?
Giuseppe Bonito: «No, perché sono situazioni che comunque già conosco e perché il romanzo, in questo, mi sembra molto esaustivo. Anche sul lavoro fatto con l’attore che interpreta Jacopo, il ragazzo autistico, valeva già un bagaglio di esperienza che avevo. Nel mio primo film, Pulce non c’è, infatti, tra i personaggi principali c’era una bambina di otto anni autistica, a basso funzionamento, esattamente come Jacopo di Fame d’aria.
Avevo quindi già un bagaglio di conoscenza, di consapevolezza e anche di metodo di lavoro. In questo film sono, tra virgolette, semplicemente limitato a riprodurlo.»
BN: Qual è stata la scena emotivamente più complicata da girare?
Giuseppe Bonito: «Io devo dire che, grazie a un cast straordinario, non ci sono state scene veramente difficili, ma ci sono state scene emotivamente forti. Ho avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di attori incredibile, in primis Paolo Pierobon, che secondo me non è stato ancora pienamente esplorato dal nostro cinema nelle sue potenzialità espressive, ma anche Saverio Santangelo, che ha dato corpo, voce e anima a Jacopo, il ragazzo autistico, Milvia Marigliano, Rosa Palasciano e Alfonso Santagata.
È stato uno di quei set in cui ho avuto forte la percezione di un grado di autenticità, non so se è la parola più giusta, ma insomma di intensità percepibile. E questo valeva anche per la troupe: vedevo e percepivo molto spesso un grado di coinvolgimento emotivo molto forte da parte di tutti.»

BN: E tra l’altro il filo rosso che unisce tutti i personaggi, sia Jacopo e Pietro, sia gli abitanti del paesino in Molise, è soprattutto la solitudine…
Giuseppe Bonito: «Sì, è una chiave evidente e sicuramente molto giusta. È come se, per un misterioso e anche favorevole convergere di cose, in quella specie di paesino, per cui gli abitanti stessi si sorprendono se qualcuno ci passa, improvvisamente si ritrovassero cinque solitudini tutte insieme.
È curioso perché sono cinque solitudini che si incontrano, si incrociano, ed emergono poi le storie di ognuno. Quindi quel luogo diventa un contenitore di storie in cui, in maniera spontanea, viene fuori anche una piccola comunità, per 48, 72 ore, che è il tempo della realtà del film. Un luogo che esprime esso stesso solitudine, perché il film vuole essere anche un omaggio a quest’Italia minore, alle cosiddette aree interne, ricche di centri che si sono andati spopolando negli anni, ma che secondo me restano una possibilità.
C’è una frase che dice Agata, il personaggio di Milvia Marigliano, in un momento molto drammatico del film…dice a Pietro, che viene dalla città e da un altro tipo di solitudine, forse più profonda, quella metropolitana: “Venitevene qua”. E quello forse sono un po’ io che parlo per bocca di Agata. Perché penso che questi posti, che continuano a spopolarsi, contengano ancora delle possibilità alternative, anche sociali, di costituzione di una comunità.»
BN: Che tipo di accoglienza si aspetta del film?
Giuseppe Bonito: «Io mi aspetto, come è normale che sia, che il film venga, oltre che capito, vissuto. Abbiamo fatto, io per primo, una scelta molto coraggiosa, quella di prendere lo spettatore e portarlo quasi senza via d’uscita, per la durata del film, nella realtà di Pietro. Come dire, metterlo nella realtà di Pietro è un po’ buttare via la chiave. E quindi mi auguro che, seppur nella virtualità della pellicola cinematografica, lo spettatore possa fare un viaggio immersivo in questa bolla di disperazione e di solitudine di quest’uomo e di sua figlia.»
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