I am the prize

La nostra intervista esclusiva al regista Sai Karan Talwar sul suo nuovo cortometraggio “I Am the Prize”, con Russell Tovey

Sai Karan Talwar è uno sceneggiatore e regista già inserito nella “long list” per gli  OSCAR e vincitore YDA. Il suo nuovo corto “I Am the Prize”, interpretato da Russell Tovey (Plainclothes, The War Between the Land and the Sea), nasce da uno “spec script” scritto durante il BBC Writers Room Programme. Il film è candidato agli OSCAR 2027 ed è qualificato per BAFTA e BIFA.

Ha debuttato al Raindance Film Festival, con nomination come Miglior Corto per il Regno Unito e al Frameline Festival, con una nomination come miglior Corto Narrativo, ha inoltre vinto il Gold Screen Award agli Young Directors Award durante i Cannes Lions e il premio alla miglior interpretazione per Russell Tovey agli Hollyshorts, oltre a nomination per Miglior Corto, Grand Prix e Miglior Regia.

Talwar è attualmente membro “BAFTA Connect” ed ha frequentato il gruppo di accesso per autori della BBC e del Disability Belongs Entertainment Lab, aveva già firmato “Ghanimah” un corto qualificatosi per BAFTA e BIFA selezionato in oltre 60 festival, e “What Men Do for Love” un piano-sequenza di 15 minuti entrato nella “long list” per gli  OSCAR 2026.

Il corto racconta la storia di Anthony Selvon, interpretato da Russell Tovey,  un discutibile guru dell’auto miglioramento,  la cui identità, costruita con cura, comincia a incrinarsi durante un tour di conferenze. Attraverso un seminario, un’intervista al calor bianco e rivelazioni personali, il film esplora il confine tra autopotenziamento e manipolazione, e il prezzo pesante di vivere una menzogna.

Intervista esclusiva al regista Sai Karan Talwar su "I Am the Prize"
Intervista esclusiva al regista Sai Karan Talwar su “I Am the Prize”

“I Am the Prize”: L’Intervista Esclusiva con Sai Karan Talwar

“What Men Do for Love” è stato un piano-sequenza di 15 minuti candidato agli OSCAR 2026. Quella esperienza come ha influenzato la fiducia con cui hai affrontato “I Am the Prize”?

“Sicuramente il successo di “What Men Do for Love ha permesso a I Am the Prize di essere realizzato anche perchè sei bravo solo per quanto il tuo ultimo film è andato bene. Ci sono anche temi simili che percorrono entrambi i film, perché parlano entrambi di tossicità maschile, isolamento maschile, vergogna e solitudine, esaminandoli in modi molto diversi. Con I Am the Prize stiamo davvero decostruendo la manosfera, cercando di capire da dove nasce e perché sta peggiorando sempre di più.”

Il titolo ha un doppio senso seducente. Da dove nasce questa frase, e cosa pensi delle relazioni oggi in questo contesto?

“Quando uscivo dall’università, il primo di questi personaggi era Jordan Peterson, nessuno pensava fosse tossico all’epoca, ma è stato l’inizio di tutto quello che poi è diventato la manosfera, sono tutti dei truffatori, hanno capito quali sono le frasi, i loro argomenti, come devono presentarsi per fare soldi, sfruttando queste persone, ma nel farlo, le stanno indottrinando, questi stessi ragazzi non ci credono, stanno solo recitando una parte. Quello che succede a tutti loro è che alla fine perdono se stessi, diventano l’atto e, diventando l’atto, perdono qualsiasi identità avessero mai avuto di loro stessi, inoltre diventano la menzogna che hanno sempre dimostrato di essere.”

Hai citato, figure come Roy Cohn e L. Ron Hubbard come riferimenti, oltre agli influencer contemporanei. C’è stato un momento preciso della tua ricerca in cui hai davvero capito cosa muove un personaggio come Anthony?

“C’è repressione, c’è vergogna, ma c’è anche un punto in cui ha completamente perso se stesso, non sa più chi è. C’è un momento della sua vita in cui ha deciso di buttare via tutto e diventare la persona che diventa, e in questo si è permesso di gettare via qualsiasi identità avesse e gettando via quell’identità, ora è una tabula rasa, quella tabula rasa gli permette di fare tutto ciò che serve per sopravvivere, perché in gran parte è solo sopravvivenza.

Questi ragazzi sono intrappolati in questo processo, costretti a essere una caricatura di se stessi, un atto, perché sanno che il loro pubblico li vuole in un certo modo. Se ci pensate è molto triste, in realtà, ma se lo sono fatti da soli, quindi come puoi provare compassione per qualcuno così? Si è scavato la fossa da solo.”

Intervista esclusiva al regista Sai Karan Talwar su "I Am the Prize"
Intervista esclusiva al regista Sai Karan Talwar su “I Am the Prize”

La scena dell’intervista è il momento di catarsi di I am the Prize. Com’è stato dirigerla?

“Quello è il momento cruciale, perché è il momento in cui viene ritenuto responsabile. Non puoi avere semplicemente un cattivo che si comporta male senza conseguenze, perché quello non esiste mai, non abbiamo provato la scena per niente, volevo che non si incontrassero nemmeno prima di arrivare sul set, perché dovevano essere costretti in quel momento, in quella scena, come se fossero stati costretti in quel momento nella vita reale.”

“È stato girato l’ultima metà del secondo giorno di riprese, la fine dello shooting. C’era un temporale, poi sentiamo due gabbiani che si accoppiano sul soffitto, quindi aspettavamo che il temporale finisse e che i gabbiani smettessero, tutto insieme, era stressante perché se non avessimo preso quella scena, non avremmo avuto il climax adatto per il film.”

Intervista esclusiva al regista Sai Karan Talwar su "I Am the Prize"
Intervista esclusiva al regista Sai Karan Talwar su “I Am the Prize”

Russell Tovey ha parlato di voler trovare una “stillness” scioccante nel personaggio. Quanto veniva dalla tua direzione e quanto dalla sua interpretazione?

“Volevamo creare un personaggio che potesse coesistere, non ricalcato su una sola persona specifica, se fai un’imitazione di Andrew Tate, non funziona, se fai un’imitazione di Jordan Peterson, non funziona, dovevamo creare un personaggio che potessi tirare fuori da questo film e metterlo nella vita reale, e che potesse coesistere con tutte le altre influenze della manosfera.”

“In realtà non abbiamo mai provato nulla, siamo andati dritti a girare. Ho pensato: lo lascerò andare, e poi lo troveremo, sapevo che lui ce l’avrebbe fatta, solo perché avevo fiducia in lui come attore. Quello sguardo simile a quello di uno squalo e fermo che presenta è davvero solo un guscio esteriore per proteggersi e puoi vedere alla fine che tutto si incrina, anche solo una piccola crepa alla fine del film.”

Guardando avanti alla versione corale di I am the Prize in lungometraggio, come immagini la reazione del pubblico che conosce Anthony solo da questo corto, nel vederlo come un filo di una storia familiare più ampia?

“Credo che funzioni bene solo perché è da lì che è nato originariamente. Anthony è il fratello estraniato dell’altro co-protagonista, e quel film parla molto di trauma generazionale, i peccati dei padri e delle madri che si trasmettono ai figli, tutti quei personaggi condividono una connessione tematica di vergogna, rimpianto e bisogno di essere perdonati, ma stanno anche tutti nascondendo qualcosa. Anthony lo affronta in questo senso molto pubblico, ma tutti gli altri personaggi lo affrontano in altri modi, sono tutti interconnessi perché vengono dalla stessa stirpe.”

I am the Prize ha ricevuto nomination importanti tra Raindance, Frameline e Hollyshorts. Come vivi questo riconoscimento?

“È strano perché sono ancora in mezzo a tutto questo. Speri che colpisca il pubblico nel modo giusto, e in realtà lo sta facendo. Sono sicuro che ci sono persone a cui non piace, ma penso che le persone a cui non piace sono semplicemente molto a disagio con I am the Prize ed è proprio questo il punto del film; deve creare disagio perché è un film difficile da guardare. Ottenere questo riconoscimento è davvero emozionante, perché non abbiamo fatto il film feel-good che tutti amerebbero.”

Con “I Am the Prize”, Sai Karan Talwar dipinge un ritratto lucido e inquietante della “manosfera” contemporanea ed ha l’abilità di riuscire a trasformare  la parabola di un falso guru, in una riflessione universale sulla perdita di identità e sul prezzo delle menzogne. Siamo certamente di fronte ad un cortometraggio che, oltre ad aver raccolto diversi  riconoscimenti internazionali e ad apprestarsi a diventare un lungometraggio corale, conferma Talwar come una delle voci più interessanti del cinema indipendente britannico di oggi.

Di seguito l’intervista video completa a Sai Karan Talwar su “I am the Prize”

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