Esce oggi 3 luglio nelle sale italiane l’opera prima di Lorenzo Pullega “L’Oro del Reno” dall’omonima opera lirica di Richard Wagner, la nostra recensione in anteprima del film
Che succede quando un gruppo di melomani giapponesi scambia il Reno tedesco per quello bolognese?Succede che i locali avvistano una barca vichinga navigare nella pianura padana ed incaricano un regista (Neri Marcoré, la Voce Narrante) di realizzare un documentario che narri le storie che il fiume porta con sé dalla sorgente alla foce. E tra queste, i giapponesi vichinghi, non sono sicuramente quella più bizzarra. Muovendosi tra gruppi di naif, antiche arie d’opera, sorgenti termali, alluvioni e sotterranei popolati da figure sinistre, il regista avrà modo anche di riscoprire alcuni degli avvenimenti della sua infanzia.
L’Oro del Reno: Recensione

Quando per la mia penna s’imbatte un film come quello di Pullega, mi ricordo il perché mi piace scrivere di cinema e questo avviene per una ragione molto banale: la realtà è scadente (cit.) e le immagini che scorrono sullo schermo quando sono ben cucite tra loro, la rendono un po’ più sopportabile.
Questo è infatti uno di quei casi in cui un esordio alla regia riesce a risultare originale, con una storia (o più storie) interessante e con attori che restituiscono la dimensione del sogno o per meglio dire, della realtà sognata: del resto, attraversando la nebbia della pianura padana non è complicato perdersi negli eoni del tempo e dello spazio.
L’Oro del Reno – Recensione: il genere gotico padano che ricorda Pupi Avati
Il Reno, peraltro, non è nuovo a fare da sfondo ad ambientazioni di questo genere. Basti ricordare il genere gotico padano coniato dal maestro Pupi Avati che ci ha consegnato dei geniali horror all’italiana fatti di poco sangue e molta ansia. Come consiglio personale, non guardate mai prima di andare a dormire ‘La casa dalle finestre che ridono’.
Ma non è il solo Avati a cui Pullega si rifà, ma ovviamente, impossibile da scansare se si parla di cinema di marchio Emiliano-Romagnolo, ecco che entrano in gioco le rievocazioni di felliniana memoria a cui non è possibile non pensare durante le sequenze che riguardano sia la stazione termale che quella dei naif “impegnatissimi” a prendere il sole.
Dopotutto, i Manetti Bros che manovrano in questo caso la produzione e di cui il regista era un aficionado attore prima di passare dietro la macchina da presa, non sono nemmeno loro estranei a queste ambientazioni: l’Ispettore Coliandro ne sa qualcosa.
L’Oro del Reno – Recensione: Un film fresco e originale

E’ insomma un viaggio onirico, ironico ed inquietante quello che ‘L’oro del Reno’ ci consegna, fatto di personaggi bizzarri che si intrecciano e si sovrappongono e a cui l’opera di Wagner fa chiaramente da colonna sonora senza risultare pomposa o ridondante ma anzi contribuendo a mantenere costante quel filo rosso di sarcasmo che tiene unito il film.
Film breve, originale, fresco, fatto di immagini potenti, restituite da una fotografia impeccabile, che finalmente squarcia la monotonia del cinema indipendente dei registi esordienti: niente temi sociali, storie pesanti e noia diffusa da intellettuali da quattro soldi: qui, gli intellettuali che non si prendono troppo sul serio, ma utilizzano il sarcasmo come arma di distruzione e sovversione trovano finalmente pane per i loro denti.
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