Masters of the Universe è arrivato nelle sale il 4 giugno e riporta sul grande schermo un classico degli anni ottanta, ecco la nostra recensione.
Il franchise dei Masters of the Universe, nato nel 1981 da un’intuizione commerciale della Mattel, ha segnato in modo indelebile la cultura pop globale, trasformando dei semplici giocattoli in un pilastro dell’animazione televisiva grazie alla storica serie della Filmation. A quasi quarant’anni di distanza dal primo sfortunato ma iconico tentativo cinematografico con Dolph Lundgren, il regista Travis Knight accetta la sfida di riportare Eternia sul grande schermo. L’operazione si inserisce in un panorama cinematografico attuale profondamente saturo di reboot, dove il vero rischio è quello di scivolare nella mera operazione nostalgica fine a se stessa. Knight, tuttavia, tenta di aggirare questa trappola confezionando un prodotto che non richiede una laurea in collezionismo per essere compreso, ma che cerca invece di dialogare sia con i vecchi fan degli anni Ottanta sia con le nuove generazioni, offrendo un intrattenimento lineare e accessibile.

La metamorfosi di Adam: un eroe fragile in cui possiamo rispecchiarci
Se c’è un aspetto in cui il film fa davvero centro, è la scelta di riscrivere da cima a fondo la psicologia del protagonista, interpretato da un bravissimo Nicholas Galitzine. Negli anni Ottanta, He-Man era il classico eroe tutto muscoli, granitico e senza un briciolo di dubbio. Oggi, invece, il Principe Adam è un ragazzo pieno di ferite emotive. Si porta dentro il trauma di essere stato abbandonato e, all’improvviso, si ritrova sulle spalle il peso enorme di dover salvare un mondo intero. Tutto questo si traduce in una fortissima ansia da prestazione e nella paura costante di deludere gli altri. Galitzine riesce a trasmettere questa goffaggine e questo suo lato così umano in modo incredibilmente naturale. La sua trasformazione nell’uomo più potente dell’universo diventa prima di tutto un viaggio dentro se stesso per imparare ad accettarsi, e solo dopo un cambiamento fisico. Questa evoluzione è probabilmente la cosa migliore del film, perché riesce a connettersi davvero con la sensibilità di oggi.

Il trauma dell’esilio e una minaccia che fa meno paura del previsto
La storia comincia con uno spunto davvero interessante, il Principe Adam ha passato gli ultimi quindici anni sulla Terra vivendo come un ragazzo qualunque, ma a differenza di altre versioni, lui si ricorda benissimo di Eternia. Sa da dove viene e passa il tempo a cercare la Spada del Potere, ma questo isolamento lo ha reso incredibilmente ingenuo nei rapporti umani. Questa sua totale mancanza di filtri emerge soprattutto nei momenti più improbabili, persino durante i suoi appuntamenti romantici sulla Terra, Adam finisce per raccontare con assoluta disinvoltura la storia della sua terra magica, parlando di grifoni, spade incantate e antichi regni a ragazze comprensibilmente incredule. È un tocco di commedia molto indovinato per giustificare quanto si senta fuori posto nel nostro mondo.
Il problema subentra quando la Spada viene finalmente ritrovata e il film accelera all’improvviso, catapultandoci su un’Eternia già devastata e sottomessa a Skeletor. Qui la pellicola compie il suo primo vero passo falso, che riguarda proprio la gestione del cattivo. Jared Leto ce la mette tutta, regalandoci uno Skeletor carismatico e sopra le righe, ma il personaggio soffre di una scrittura troppo piatta e legata all’ingenuità dei vecchi cartoni animati, persino la risata – caricaturale – è fin troppo da manuale per ottenere tutta la gloria. Il suo dominio ci viene presentato come un dato di fatto, senza mostrarci come ci sia arrivato, e questo toglie un po’ di quel senso di reale pericolo che avrebbe reso l’avventura e la crescita di Adam molto più epiche ed emozionanti.

Il sacrificio dei comprimari e una sceneggiatura un po’ indecisa
Purtroppo, se da un lato il film spende molte energie per raccontare la crescita di Adam, dall’altro finisce per trascurare quasi tutto il resto del cast. Per sconfiggere Skeletor, il protagonista ha un disperato bisogno dei suoi storici alleati, Teela e Duncan (Man-At-Arms), ma la sceneggiatura — scritta a più mani da Aaron e Adam Nee insieme a Chris Butler e David Callaham — li lascia un po’ troppo sullo sfondo. Le loro storie non vengono mai approfondite davvero e i loro rapporti non cambiano dall’inizio alla fine, facendoli sembrare quasi delle comparse di lusso. Questo squilibrio rovina un po’ la fluidità del racconto e crea una strana via di mezzo, da una parte il film vorrebbe essere una storia di formazione matura e psicologica, mentre dall’altra scivola in dialoghi un po’ infantili e sbrigativi, come se avesse fretta di chiudere i discorsi per correre a mostrare la prossima scena d’azione piena di effetti speciali.
Nonostante questi difetti di scrittura e una trama che, stringi stringi, resta davvero molto semplice, Masters of the Universe riesce comunque a fare la cosa più importante, far passare due ore di puro divertimento. La regia di Travis Knight tiene sempre alto il ritmo e ci regala dei combattimenti spettacolari, capaci di mescolare perfettamente la tecnologia fantascientifica e lo stile fantasy un po’ selvaggio che da sempre caratterizza il brand. A rendere il tutto ancora più coinvolgente ci pensa la colonna sonora di Daniel Pemberton, fantastica nel dare la giusta carica nei momenti più importanti. Il film, inoltre, non si dimentica delle sue origini e regala ai nostalgici diverse chicche, tra cui un divertentissimo cameo del vecchio He-Man in persona, Dolph Lundgren, che si incastra anche bene nella storia. Alla fine dei conti, ci troviamo davanti a un’opera imperfetta, divisa tra la voglia di modernizzarsi e il legame con il passato, ma che merita assolutamente una chance, se non altro per il merito di averci mostrato che la vera forza di un eroe non sta nei muscoli, ma nel coraggio di affrontare le proprie debolezze.
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