La nostra intervista esclusiva a Joshua Seftel, al Monte-Carlo Television Festival, il pluripremiato regista parla di sé, tra l’impegno sociale, l’impatto della vittoria agli Academy Awards e il futuro del cinema documentaristico.
Quando incontri Joshua Seftel, capisci subito di avere davanti una persona speciale. Non è solo la sua sensibilità a colpirti, ma il modo in cui riesce a trasformare le storie in veri e propri ponti tra le persone. Nonostante abbia appena vinto l’Oscar 2026 con “All The Empty Rooms”, Joshua mantiene un’umiltà disarmante e un’empatia genuina che ti fa dimenticare che si sta parlando con uno dei registi più premiati del momento.
Trent’anni di carriera, una lunga serie di riconoscimenti prestigiosi, eppure Joshua continua a credere fermamente in una cosa semplice ma potente: una storia raccontata bene può davvero cambiare le cose, può far nascere comprensione dove prima c’era indifferenza.
Incontrarlo al Monte-Carlo Television Festival è stata un’occasione incredibile per entrare nel suo mondo creativo e scoprire cosa muove davvero questo straordinario storyteller.

La storia di Joshua inizia presto, molto presto. A soli 22 anni realizza un documentario sugli orfani rumeni che riesce letteralmente a cambiare la vita di migliaia di bambini. Da quel momento non si è più fermato. Dalla nomination all’Oscar per “Stranger at the Gate” (con Malala Yousafzai come produttrice) fino al trionfo recente con “All The Empty Rooms” (prodotto da Adam McKay), Joshua ha sviluppato un talento unico: prendere argomenti spinosi, controversi, e trasformarli in racconti che arrivano dritto al cuore.
In questa chiacchierata esclusiva, ci ha raccontato come sta vivendo la vittoria dell’Oscar e perché, in un mondo sempre più diviso, è fondamentale riuscire a parlare anche a chi la pensa diversamente da noi.
Joshua Seftel: L’Intervista Esclusiva
Joshua, hai appena vinto un Oscar con il tuo documentario “All the empty room”. In che modo questo traguardo sta aiutando il tuo lavoro? È diventato più facile portare sullo schermo i temi forti che ti stanno a cuore?
Joshua Seftel: “Le sfide più grandi per un documentarista sono due: trovare ottimi argomenti e trovare i finanziamenti. Dopo l’Oscar, ho notato che la gente inizia a portarmi idee davvero buone, mentre prima spesso erano mediocri. Per quanto riguarda i fondi, è decisamente più facile dopo una vittoria o anche solo dopo una nomination. Ti apre porte anche nel cinema di finzione; abbiamo un progetto che si è sbloccato proprio grazie alla statuetta. Quindi sì, aiuta moltissimo.”

Hai iniziato giovanissimo, a 22 anni, con un documentario in Romania. Guardando indietro, il tuo modo di raccontare storie è cambiato o c’è un nucleo che rimane lo stesso?
Joshua Seftel: “Al college volevo diventare un medico per unirmi a Medici Senza Frontiere e guarire il mondo. Quando ho cambiato idea per fare documentari, i miei genitori erano sconvolti. Ma mi sono promesso che il mio lavoro nel cinema sarebbe stato significativo quanto quello di un dottore. Doveva contare. Questa è stata la mia ‘Stella Polare’: cercare di fare la differenza. Il mio primo film portò all’adozione di migliaia di bambini rumeni; lì capii che il cinema è una forza potentissima. Trentasette anni dopo, con ‘All the Empty Rooms’, lo spirito è lo stesso.”
Cosa consiglieresti a un giovane che vuole iniziare questa carriera oggi? È più facile farsi notare ora che la tecnologia è accessibile a tutti?
Joshua Seftel: “Oggi tutti hanno un proprio canale di comunicazione grazie ai social, quindi è più facile pubblicare il proprio lavoro ma più difficile farsi notare nella massa. Il mio consiglio è di continuare a produrre e migliorare. Ma soprattutto, suggerisco di trovare un mentore. Molti giovani pensano di poter fare tutto da soli guardando YouTube o chiedendo all’IA, ma avere una guida reale, qualcuno in cui rispecchiarsi e da cui imparare la tecnica e l’approccio, è fondamentale. Io ho sempre avuto mentori che mi hanno aiutato a tracciare il mio percorso.”
Com’è stato il processo di finanziamento per il tuo ultimo documentario con Netflix? Hai dovuto convincerli o hanno creduto subito nel progetto?
Joshua Seftel: “Finanziare documentari è sempre stato difficile. C’è stato un breve ‘periodo d’oro’ con l’esplosione dello streaming, ma ora siamo tornati alla normalità, dove la redditività conta più della crescita. Per Netflix, abbiamo realizzato una clip di 7 minuti. Ho aspettato finché non fosse perfetta prima di mostrarla, perché sapevo di avere una sola possibilità per impressionarli. Fortunatamente ne sono stati entusiasti e hanno acquistato il film, ma inizialmente l’ho finanziato io stesso con il supporto di altre persone che credevano nel progetto.”
Hai spesso dichiarato che il tuo obiettivo è parlare a tutti, anche a chi non è d’accordo con te. In un mondo così polarizzato, pensi sia davvero possibile far cambiare idea alle persone attraverso un film?
Joshua Seftel: “Molti documentari oggi sono fatti per un pubblico che è già d’accordo con il regista. Io trovo molto più stimolante la sfida di parlare a chi la pensa diversamente. Possiamo ammorbidire i cuori e aprire le menti anche solo di un millimetro? Credo di sì. Negli Stati Uniti la polarizzazione è terribile, la gente non si parla più se non condivide le stesse idee politiche. Io voglio che i miei film siano un luogo d’incontro dove iniziare una conversazione. So che con ‘Stranger at the Gate’ e ‘All the Empty Rooms’ siamo riusciti a unire le persone e a cambiare prospettive attraverso la narrazione. È possibile.”
Le parole di Joshua Seftel ci ricordano quanto il cinema possa essere medicina sociale, parole di chi, pririma ancora che regista, è una persona che ha scelto di curare le coscienze anziché i corpi, una persona che non si nasconde dietro il prestigio dell’Oscar appena vinto, ma lo usa per dare voce a storie che altrimenti resterebbero nell’ombra. In un’epoca di divisioni e urla, il suo approccio pacato e la ricerca di un terreno comune lo rendono non solo un grande cineasta, ma un vero costruttore di ponti umani. Ci ricorda che dietro ogni “stanza vuota” o ogni pregiudizio , c’è sempre una storia che aspetta solo di essere ascoltata per renderci tutti un po’ più vicini.

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