La nostra intervista esclusiva a Saverio Santangelo, protagonista del film Fama d’aria presentato nella sezione Confronti alle Giornate degli Autori durante l’83ª mostra del cinema di Venezia
Per la sua prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia, Saverio Santangelo si farà conoscere al pubblico e alla stampa con un film toccante su un tema che coinvolge tutti noi. Si intitola ‘Fame d’aria’ la pellicola, per la regia di Giuseppe Bonito, di cui il giovane attore è protagonista vestendo i panni di Jacopo, un ragazzo con una forte disabilità. Del suo personaggio e di quanto sia fondamentale parlare di temi così importanti, come prendersi cura di un ragazzo autistico a basso funzionamento senza essere abbandonati dalle istituzioni e dalla società, abbiamo parlato in una lunga chiacchierata proprio con Saverio Santangelo, in attesa di vederlo al Lido.
Intervista a Saverio Santangelo
BN: In che modo sei riuscito ad entrare non solo nel corpo, ma soprattutto nella mente del tuo personaggio?
Saverio Santangelo: «Abbiamo lavorato soprattutto sul linguaggio del corpo, sulla gestione dello sguardo e sulla comunicazione non verbale. Il personaggio di Jacopo, fisicamente e mentalmente, è stato molto impegnativo. Lui comunica attraverso il corpo, anche quando apparentemente non era in primo piano, era sempre in tensione, quindi comunque dovevo comunicare con qualcosa.
Io penso che, senza una comunicazione verbale, non significa che un personaggio non lo possa fare. Anche se una persona con disabilità non riesce a parlare oppure non può, questo non significa che non può comunicare. Questo è fondamentale. E poi mi sono preparato, ovviamente, a prescindere. Mi sono argomentato un po’ sull’autismo.»
BN: Hai avuto l’opportunità anche di ascoltare delle testimonianze, soprattutto da parte di genitori di ragazzi autistici, i caregiver?
Saverio Santangelo: «Ho vissuto l’autismo da vicino con la mia famiglia, quindi proprio per questo, quando ho iniziato a lavorare su Jacopo, non volevo avere la presunzione di pensare di conoscerlo in generale. Ogni persona, secondo me, è diversa. Quello che avevo vissuto personalmente poteva aiutarmi a comprendere alcune dinamiche familiari, ma il lavoro sul personaggio richiedeva sempre uno studio, un ascolto, una grande attenzione.
Io ho conosciuto cos’è l’autismo, però ho dovuto studiare Jacopo, perché è un individuo, una persona con disabilità, col suo modo di essere autistico. Non dobbiamo parlare di autismo in generale: ogni persona ha il suo proprio spettro autistico. Il lavoro che è stato fatto su Jacopo è partito proprio da questo, non avevo riferimenti su Jacopo, perché è una persona col suo modo di essere autistico. Questo è il messaggio che voglio far passare: l’individualità del personaggio.»
BN: Quali emozioni ti ha scatenato la lettura del romanzo da cui è tratto il film?
Saverio Santangelo: «Sicuramente tantissima emozione. Daniele Mencarelli è molto crudo nello scrivere e, quando ho letto il libro, mi ha trasmesso tanta tristezza, soprattutto nel vedere queste famiglie abbandonate. Mi ha trasmesso anche un po’ di paura, perché sapevo che dovevo interpretare Jacopo e portare in scena il rapporto con il padre, Pietro. Lo spettatore può essere giudicante, ma non deve esserlo, perché nessuno può capire quanto sia difficile vivere con una persona con disabilità in casa. Chi non lo vive non lo può capire, questo è quello che penso.
Leggendo il libro mi ha colpito soprattutto il fatto che, da una parte, mi ha trasmesso tanta tristezza, ma dall’altra anche una voglia di fare qualcosa, perché non accada più. Alcune volte queste famiglie vengono abbandonate per il mancato ascolto da parte delle istituzioni, e questa cosa mi ha colpito tanto.»
BN: Dopo i gravissimi fatti di cronaca avvenuti pochi giorni fa, ovvero la storia di Bianca e della sua famiglia, non voglio parlare di quel caso ma del cinema, secondo te qual è il ruolo del cinema in situazioni del genere?
Saverio Santangelo: «Sicuramente la tragedia di Pietralata mi ha lasciato profondamente scosso. Parlare del film in questo periodo, con questa tragedia, mi mette in difficoltà, perché è enorme. Non credo sia giusto strumentalizzare Bianca per parlare di un film, però sicuramente mi ha fatto riflettere ancora di più su quanto siano importanti l’attenzione, il sostegno e la presenza delle istituzioni nei confronti di una famiglia così fragile, che vive con una persona con disabilità.
Il cinema ha un potere enorme di far capire e di far percepire allo spettatore tutto quello che si può da uno schermo. Il cinema cattura lo spettatore in tutto e per tutto, quindi può servire anche a far capire quanto sia importante dare sostegno a queste famiglie e alle persone con disabilità.»

BN: Qual è stata per te la scena più difficile da girare?
Saverio Santangelo: «Tutte, non c’è stata una scena in cui stavo più tranquillo o più sereno. Non potevo stare assolutamente in tranquillità, perché tutte mi hanno colpito a livello emozionale. Ero sempre dentro il personaggio, quindi avevo sempre una paura interna, un’angoscia.
Però la scena più difficile è stata sicuramente il pianto finale: lì ho tirato fuori tutto quello che potevo dare. E poi soprattutto quelle scene intime della vasca con Paolo Pierobon, che per me sono state intense. Mi hanno scavato dentro qualcosa che io stesso non riesco neanche a capire cosa, perché comunque sono state scene abbastanza forti.»