Dal primo ottobre arriva al cinema Beast, il film con Russell Crowe che racconta il mondo delle MMA tra combattimento e dramma.
Tornare sul ring dopo aver perso tutto. È questo il punto di partenza di Beast, il nuovo film diretto da Tyler Atkins e distribuito da Plaion Pictures, in arrivo nelle sale italiane il primo ottobre 2026. Protagonista è Daniel MacPherson, affiancato da Russell Crowe, in una storia che intreccia il mondo delle MMA con il dramma personale e familiare.
MacPherson veste i panni di Patton James, un ex campione di MMA che, dopo aver trascorso alcuni anni in carcere, ha lasciato definitivamente il ring. Un tempo aveva successo, denaro e una carriera costruita sul combattimento; oggi, invece, deve fare i conti con una situazione economica tutt’altro che semplice. Eppure, nonostante tutto, Patton ha qualcosa per cui vale la pena ricominciare: una moglie amorevole, una splendida bambina e un secondo figlio in arrivo.
È proprio la necessità di garantire un futuro alla propria famiglia, insieme a una forte motivazione personale, a spingerlo verso una scelta che sembrava ormai impossibile, tornare a combattere. Una decisione legata anche alla possibilità di ottenere una considerevole somma di denaro, ma che lo porterà inevitabilmente a confrontarsi con imprevisti e drammi che non è ancora del tutto pronto ad affrontare.

Il ruolo di Russell Crowe
Ammettiamolo, una delle prime ragioni che ci spinge a correre al cinema per vedere Beast è proprio il faccione di Russell Crowe in copertina, che lascia presumere un ruolo centrale e determinante all’interno della storia. Il problema, però, arriva quando ci si rende conto che le cose stanno diversamente. Il suo è un ruolo quasi dietro le quinte, più giudicante che realmente protagonista. Le sue apparizioni sono centellinate e le battute si contano quasi sulle dita di una mano. E se è vero che la sua presenza contribuisce a imprimere una svolta al percorso del protagonista, è altrettanto vero che lascia la sensazione di un’occasione parzialmente sprecata. Una presenza che incuriosisce, ma che alla fine sa di troppo poco.
Ed è proprio qui che Beast rischia di giocare un po’ sporco con le aspettative dello spettatore. Mettere Russell Crowe così in primo piano nella promozione fa pensare a un personaggio destinato a dominare la scena, magari a un mentore (cosa che è stata in passato, ma tra di loro ora non scorre proprio buon sangue) o comunque a una figura capace di lasciare il segno. Invece Crowe resta ai margini, quasi a osservare il percorso di Patton dall’esterno, intervenendo nei momenti giusti ma senza mai prendersi davvero la scena.
Non è necessariamente un problema di scrittura, perché il suo personaggio ha una sua funzione precisa, ma viene spontaneo chiedersi quanto avrebbe potuto guadagnare il film da una presenza più incisiva, ben altro sapore hanno le ultime battute del film che creano quella dinamicità e reazione che speravamo di avere sin dai primi momenti.

Daniel MacPherson è un campione si, ma non di MMA
Se Russell Crowe è il nome che attira immediatamente l’attenzione, Daniel MacPherson è invece il vero cuore pulsante di Beast. E per interpretare Patton James, un ex campione di MMA costretto a tornare nell’ottagono, l’attore australiano non partiva proprio da zero quando si parlava di fatica, disciplina e preparazione fisica. MacPherson ha infatti alle spalle oltre vent’anni di triathlon ad alto livello e ha partecipato a tre campionati mondiali, compresi l’Ironman World Championship di Kona nel 2009 e i Mondiali Ironman 70.3 nel 2013.
Insomma, campione sì, ma non di MMA. E forse è proprio questa la parte più interessante della sua preparazione. Perché un conto è macinare chilometri tra nuoto, bicicletta e corsa, un altro è salire sul ring e convincere lo spettatore di essere davanti a un combattente professionista.
Per Beast, MacPherson ha iniziato ad allenarsi già nel 2022 e ha continuato per circa tre anni e mezzo, lavorando su boxe, jiu-jitsu, Muay Thai e preparazione atletica. Un percorso talmente lungo da permettergli di arrivare sul set con una preparazione fisica e tecnica ben diversa da quella di un semplice attore chiamato a interpretare un lottatore.
E questa dedizione, sullo schermo, si vede. MacPherson riesce a dare a Patton il fisico e la presenza di chi ha davvero passato anni a combattere, ma soprattutto restituisce la stanchezza di un uomo che non è più quello di una volta. Il suo personaggio non deve soltanto dimostrare di saper tirare un pugno, deve farci credere che, sotto la ruggine e le difficoltà della vita, quel campione sia ancora lì. Ed è probabilmente questo il terreno sul quale MacPherson riesce a giocare la sua partita migliore.

Quello che ci voleva era versare lacrime amare
Se Beast voleva farci versare qualche lacrima, di occasioni ne aveva parecchie ed è riuscito ad andare a segno. A partire dal fratello di Patton, prima costretto in coma dopo un colpo scorretto subito durante un combattimento, fino alla crisi con la moglie, che scopre gli allenamenti clandestini del marito e non prende esattamente bene la sua decisione di tornare sul ring. Poi arriva il lutto, quello che dovrebbe cambiare definitivamente le carte in tavola e dare al protagonista una motivazione ancora più forte. Il problema è che, nonostante la quantità di tragedie messe sul piatto, il film sembra spesso avere troppa fretta di passare oltre.
Dove invece il film cambia completamente ritmo è nell’ottagono. È durante i combattimenti che Beast sembra finalmente trovare il proprio equilibrio, lasciando parlare i corpi, i colpi e la fatica invece di cercare a tutti i costi di costruire il dramma attraverso la sceneggiatura. I combattimenti sono fisici, sporchi e soprattutto hanno quella tensione che manca in buona parte delle vicende fuori dal ring. Qui MacPherson riesce davvero a far percepire la preparazione accumulata negli anni e ogni incontro diventa molto più coinvolgente proprio perché non c’è bisogno di spiegare troppo, basta vedere Patton combattere per capire quanto abbia da perdere.

Vale il costo del biglietto?
Si, con qualche riserva. Beast è un film che sembra avere tutte le carte in regola per regalarci un dramma sportivo capace di lasciare il segno, ma che lungo il percorso perde qualche colpo. La storia di Patton ha elementi sufficienti per costruire un racconto intenso, un passato da dimenticare, una famiglia da proteggere, un ritorno sul ring e abbastanza traumi da riempire più di un film. Peccato che molti di questi ingredienti vengano utilizzati troppo velocemente, lasciando allo spettatore poco tempo per metabolizzare ciò che accade.
Quando però Beast smette di voler essere a tutti i costi un dramma e lascia spazio ai combattimenti, cambia marcia. È lì che Daniel MacPherson trova la sua dimensione e che il film riesce finalmente a trasmettere quella tensione che, nelle vicende fuori dall’ottagono, spesso viene a mancare.
Alla fine, Beast è un film che si lascia guardare e che, soprattutto nei combattimenti, riesce a regalare qualche soddisfazione. Ma resta la sensazione di aver avuto tra le mani una storia che avrebbe potuto osare qualcosa in più, soprattutto sul piano emotivo. Il ring, insomma, è il luogo in cui Beast dà il meglio di sé. Fuori, invece, qualche colpo finisce inevitabilmente a vuoto.
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