La nostra recensione di Quasi vera, il nuovo film di Fausto Brizzi che sarà uscirà nelle principali sale cinematografiche italiane a partire dal primo Ottobre 2026
Ci sono film che provano a immaginare il futuro e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per fotografare il presente. Quasi Vera di Fausto Brizzi appartiene soprattutto a questa seconda categoria. La storia di Vera, un’influencer virtuale creata da Diego, aspirante attore interpretato da Frank Matano, parte dall’intelligenza artificiale ma in realtà parla di qualcosa che esiste già da molto prima che arrivassero i chatbot, le immagini generate e le modelle virtuali. Parla del bisogno di piacere, di essere visti, della solitudine, della costruzione della propria identità e di quella strana forma di ansia che nasce dal guardare continuamente la vita degli altri e dal sospetto di essere sempre un passo indietro.
Brizzi ha scelto di raccontare tutto questo attraverso una commedia, e la scelta non è affatto banale. L’intelligenza artificiale viene spesso rappresentata al cinema attraverso scenari apocalittici, macchine che prendono il controllo, distopie tecnologiche e uomini che finiscono per essere vittime delle proprie invenzioni. Qui invece il pericolo arriva attraverso qualcosa di molto più quotidiano, un profilo social, una ragazza bellissima, qualche milione di follower e la promessa, sempre più credibile, che dietro uno schermo ci sia qualcuno che vale la pena conoscere. È una scelta che rende il tema accessibile e permette al film di non prendersi troppo sul serio.
Il punto di partenza è forte perché Vera non è semplicemente una donna creata con l’intelligenza artificiale, ma incarna ciò che i social ci hanno abituato a desiderare, unendo bellezza, simpatia e fascino alla capacità di parlare di calcio e di conquistare praticamente chiunque, senza che una quotidianità fatta di difetti e contraddizioni possa incrinare la sua immagine. Taylor Mega, che le presta il volto e arriva al cinema da un mondo in cui l’immagine pubblica è parte integrante del lavoro, lo spiega in modo esplicito quando racconta che il personaggio è costruito per piacere, rispondendo alla stessa esigenza che sui social porta a cercare continuamente l’approvazione degli altri.
È proprio il bisogno di piacere a tutti a rendere Vera più interessante della sua apparente perfezione.

Non serve più mentire, basta scegliere cosa mostrare
La cosa curiosa dei social è che non ci hanno insegnato necessariamente a mentire, ma a selezionare. Una fotografia può essere autentica e restituire comunque una persona completamente diversa da quella che esiste fuori dall’inquadratura; una storia può raccontare qualcosa che è realmente successo e, nello stesso tempo, diventare un tassello di una narrazione costruita con estrema attenzione. Non c’è bisogno di inventarsi una vita quando si può semplicemente eliminare tutto ciò che non contribuisce alla sua versione migliore.
È un meccanismo talmente normale che ormai quasi non ci facciamo più caso. Si sceglie la fotografia, si cancella quella venuta male, si aspetta il momento giusto per pubblicare, si decide quale parte della giornata vale la pena raccontare e quale può tranquillamente rimanere privata. Il problema è che, nel momento in cui questa selezione diventa continua, l’immagine che mostriamo agli altri può finire per sembrare più importante della persona che dovrebbe rappresentare.
Vera porta questo processo all’estremo. Non è una persona reale che modifica la propria immagine: è un’immagine alla quale viene costruita una persona intorno. E forse è proprio questo il salto che l’intelligenza artificiale sta rendendo possibile, non migliorare più la realtà, ma produrre direttamente qualcosa che abbia l’aspetto della realtà che desideriamo.
Il film, in questo senso, mostra l’ultimo passaggio di un processo che i social avevano già cominciato.
La paura di essere esclusi
Dentro questa dinamica entra anche la FOMO, la paura di perdersi qualcosa mentre gli altri vanno avanti. È difficile non pensarci osservando il modo in cui Vera diventa rapidamente un fenomeno, più persone la guardano, più sembra importante; più viene seguita, più diventa credibile; più credibile diventa, più persone vogliono esserci.
È un meccanismo che conosciamo bene. Il telefono viene controllato non necessariamente perché ci sia qualcosa da vedere, ma perché potrebbe esserci. Una festa alla quale non si è stati invitati, una persona che sta facendo qualcosa di interessante, un viaggio, una relazione, un successo, una conversazione iniziata senza di noi. I social hanno trasformato la possibilità di essere esclusi in una presenza costante, perché mostrano continuamente quello che succede mentre non stiamo guardando.
La cosa ancora più interessante è che non abbiamo nemmeno bisogno di sapere se quello che vediamo sia completamente vero. È sufficiente che abbia l’aspetto della verità.
Vera funziona proprio per questo. Le persone non la seguono perché hanno verificato chi sia davvero, ma perché tutto ciò che vedono è coerente con l’idea che si sono costruiti di lei. Il suo profilo, le sue immagini, il modo in cui comunica e persino la sua apparente personalità compongono un’identità che, a forza di essere osservata, diventa credibile.
Quasi Vera mette a fuoco una delle trasformazioni più interessanti della nostra epoca, forse non ci interessa più soltanto sapere se qualcosa è vero, ma se è abbastanza convincente da poter essere trattato come vero.

Il corpo perfetto non appartiene più a nessuno
La scena in cui Vera viene costruita pezzo per pezzo porta questa idea direttamente sul corpo. Gambe, seno, bocca, sguardo: ogni elemento può essere scelto e modificato fino a ottenere una persona che non deve necessariamente appartenere a qualcuno. Brizzi stesso ha spiegato di voler portare alle estreme conseguenze un fenomeno che sui social esiste già, dove filtri e modifiche permettono di apparire molto diversi da come si è nella realtà.
È una delle idee visivamente più immediate del film, ma anche una delle più interessanti da portare fuori dal cinema. Per anni abbiamo modificato fotografie di corpi reali; ora possiamo creare direttamente corpi che non sono mai esistiti.
Le modelle virtuali sono forse l’esempio più evidente di questa trasformazione. Non devono invecchiare, non hanno bisogno di essere fotografate in condizioni perfette, non hanno una giornata in cui si sentono brutte, non cambiano peso, non hanno un corpo che impone dei limiti all’immagine. Possono essere costruite in funzione di quello che il pubblico vuole vedere.
Il problema nasce quando quell’immagine impossibile diventa un modello con cui le persone reali cercano di misurarsi, finendo per sentirsi inadeguate rispetto a una perfezione che nella vita quotidiana non esiste.

Quando una persona si affeziona a qualcuno che non esiste
Il discorso diventa ancora più delicato quando dalla semplice immagine si passa alla relazione. Ed è forse qui che Vera smette di essere soltanto un’influencer virtuale e diventa qualcosa di più vicino a una presenza.
Attraverso il suo account, le persone non si limitano a guardarla: la seguono, le scrivono, imparano a riconoscerne il carattere, sentono di sapere qualcosa di lei. Non serve che Vera sia davvero capace di conoscere chi la segue perché, dall’altra parte dello schermo, qualcuno possa avere la sensazione di conoscerla.
Il rapporto con Vera richiama quello che alcune persone sviluppano con i chatbot nei momenti di solitudine o fragilità, quando una conversazione diventa un modo per sentirsi ascoltate e raccontare la propria giornata. Sapere che dall’altra parte non c’è una persona non cancella quel bisogno, né impedisce di provare affetto o sentirsi compresi. Le emozioni possono essere reali anche quando chi le suscita non è in grado di ricambiarle.
Una commedia che non vuole diventare una distopia
Brizzi affronta il tema attraverso una commedia fatta di precarietà, ambizioni, amicizie e rapporti di coppia, in cui Vera nasce dal bisogno di Diego di trovare una strada quando quella che aveva scelto sembra non funzionare più. Questa motivazione avvicina il film al presente, dove la tecnologia entra nella vita delle persone anche attraverso problemi molto concreti.
Il progetto, inizialmente intitolato Senza filtro, riguardava soprattutto la possibilità di modificare la propria immagine sui social, prima che l’intelligenza artificiale diventasse centrale nella storia. Brizzi lo ha definito una modernizzazione di Tootsie, richiamando il meccanismo di chi assume un’altra identità per ottenere ciò che non riesce a raggiungere con la propria, salvo poi rimanere intrappolato nella bugia.
Frank Matano rende credibili la goffaggine e le debolezze di Diego, un uomo che prende decisioni discutibili ma conserva abbastanza umanità da coinvolgere lo spettatore nelle sue disavventure.
Tra influencer, persone trasformate in prodotti e identità artificiali capaci di avere successo, Quasi Vera avrebbe spazio per una satira più feroce. Brizzi preferisce la leggerezza della commedia sentimentale e degli equivoci, rendendo il film piacevole ma lasciando alcuni spunti poco esplorati. Quando smette di spiegare e si affida ai personaggi, però, il racconto acquista forza, perché un uomo che crea una donna perfetta e perde il controllo della propria invenzione offre già abbastanza materiale per far ridere e mettere in discussione i modelli con cui ci confrontiamo.
Il problema non è che Vera sia falsa
La cosa migliore di Quasi Vera sta probabilmente nella domanda che lascia aperta, mentre il suo punto debole è il modo in cui a volte cerca di chiuderla troppo rapidamente. L’idea di partenza è molto più inquietante della morale che il film sembra volerle attribuire, Vera dimostra quanto siamo disponibili a lasciarci ingannare quando ciò che abbiamo davanti risponde esattamente a quello che desideriamo vedere.
Diego la crea perché vuole avere successo, perché vuole essere riconosciuto e perché la realtà non gli sta offrendo quello che cerca. La sua invenzione funziona perché intercetta un sistema che era già pronto ad accoglierla. Vera non deve convincere le persone a cambiare il loro modo di usare i social: deve soltanto inserirsi perfettamente dentro quel modo di usarli.
L’intelligenza artificiale non ha inventato il desiderio di essere belli, amati, desiderati o ascoltati. Non ha inventato nemmeno la paura di rimanere esclusi, la solitudine o il bisogno di costruire una versione migliore di sé. Ha semplicemente trovato un modo molto efficace per intercettare tutte queste cose.
Per questo Quasi Vera funziona quando guarda il fenomeno dall’interno della società e convince meno quando si limita a raccontare l’ennesima storia in cui l’intelligenza artificiale prende autonomia e sfugge al controllo del suo creatore. La parte più interessante non è infatti il momento in cui Vera diventa indipendente; è tutto ciò che accade prima, quando le persone decidono spontaneamente di credere a qualcosa che non hanno mai verificato.
Forse il vero confine tra reale e artificiale non passa più soltanto attraverso ciò che esiste, ma attraverso ciò che siamo disposti a riconoscere come reale nella nostra vita.
Una persona virtuale può non esistere e riuscire comunque a farci compagnia. Una fotografia può essere generata e riuscire comunque a farci sentire inadeguati. Un chatbot può non avere emozioni e riuscire comunque a farci sentire ascoltati.
Vera non è vera, ma è abbastanza vera da funzionare. E forse è proprio questo il livello di realtà che i social ci hanno insegnato ad accettare.
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