La nostra recensione di NAZA, il documentario che smonta pezzo per pezzo i meccanismi dell’orrore, raccontato da chi quell’orrore lo ha costruito
Prodotto tra gli altri da The Guardian, che a breve lo metterà gratuitamente a disposizione in streaming sul proprio sito, NAZA è il nuovo lavoro firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi del collettivo israelo-palestinese premiato con l’Oscar come Miglior documentario per “No Other Land“. Dopo il successo globale ottenuto raccontando l’occupazione della Cisgiordania, la “metà” israeliana del gruppo sposta l’obiettivo dai territori occupati fino al cuore di Tel Aviv, restando fedele a quello sguardo scomodo e necessario che li ha resi celebri in tutto il mondo.
Il film ha vinto il Premio Speciale della Giuria alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026 ed è distribuito in Italia da I Wonder Pictures. Inizialmente previsto in sala dal 28 al 30 ottobre, il successo ottenuto nei primi giorni di programmazione ha convinto il distributore e le sale ad estenderne la permanenza.
“NAZA”: La recensione, Il significato nascosto nel titolo
Partiamo da dove parte il film stesso: dal suo titolo. NAZA è un acronimo militare che deriva dall’ebraico Nezek Agavi, letteralmente “danno collaterale”. Nel gergo dell’intelligence e dell’esercito israeliano indica la stima numerica dei civili previsti come vittime, o già uccisi, in un’operazione o in un attacco aereo, non è un dettaglio da addetti ai lavori è la chiave che apre ogni singolo minuto di NAZA, perché quella parola, fredda e burocratica, è lo stesso linguaggio che gli intervistati usano per raccontare ciò che hanno fatto e visto.
Scoprire il significato di quel titolo prima ancora di entrare in sala cambia completamente la prospettiva con cui si affronta il film; non si tratta di un’opera che accusa dall’esterno, ma di un documentario che lascia che sia il linguaggio stesso del potere ad autocondannarsi.
Una regia che si nasconde nell’ombra
Dietro NAZA ci sono anche due esperienze professionali differenti, che finiscono per incontrarsi nel modo in cui il documentario costruisce la propria indagine. Yuval Abraham arriva dal giornalismo investigativo e da anni si occupa del conflitto israelo-palestinese, collaborando con realtà come +972 Magazine e Local Call. Un lavoro d’inchiesta che confluisce direttamente anche nel film, nato a partire da rivelazioni pubblicate insieme a The Guardian.
Rachel Szor porta invece un’esperienza legata soprattutto alla fotografia e alla costruzione dell’immagine, che in NAZA assume un ruolo centrale. Oltre alla co-regia e alla sceneggiatura, Szor firma infatti anche la fotografia del documentario.
Abraham e Szor costruiscono tutto il film attorno a una scelta visiva tanto semplice quanto spiazzante, ogni intervista avviene al buio, sul tetto di un edificio di Tel Aviv, con i volti degli intervistati sempre in penombra. Non è un vezzo estetico, è una dichiarazione d’intenti. Quel buio protegge le identità, certo, ma soprattutto trasforma ogni testimonianza in una confessione sussurrata, quasi clandestina, come se la verità potesse esistere solo lontano dalla luce del giorno.
È un espediente che funziona su due livelli, da un lato crea un senso di straniamento costante, lo spettatore non vede mai davvero chi parla, e questo rende ogni voce intercambiabile, quasi anonima, parte di un sistema più grande dei singoli individui. Dall’altro, quella penombra finisce per somigliare alla coscienza stessa di chi racconta, un qualcosa che resta sempre un po’ nascosto, mai del tutto esposto alla luce.
Ed è proprio su questo equilibrio costruito con pazienza che il finale colpisce con una violenza inattesa, negli ultimi minuti, per la prima volta, lo schermo si apre alla luce, sono le uniche immagini diurne di tutto il film e arrivano come un pugno nello stomaco, dopo essere rimasti sospesi per oltre un’ora in un racconto fatto di cinismo, distacco, assenza totale di umanità, vedere quelle scene illuminate significa guardare finalmente in faccia le conseguenze di tutto ciò che si è ascoltato.
È un rovesciamento totale del linguaggio visivo costruito fino a quel momento, e proprio per questo funziona, se quel contrasto fosse arrivato prima, probabilmente alcuni spettatori non avrebbero retto fino alla fine, abbandonando la sala ben prima dei titoli di coda, un conto è sentir raccontare un conto è vedere con i propri occhi la realtà.

Le voci di chi ha premuto il grilletto
Dalle dichiarazioni si avverte un forte senso di freddezza, cinismo e distacco dalla realtà per la maggior parte degli intervistati. Solo poche voci si discostano da questo distacco glaciale, e sono proprio quelle a gridare impotenza e disgusto per quanto commesso, quasi fossero le uniche superstiti di una coscienza collettiva che il resto del film mostra come ormai anestetizzata.
C’è chi, alla domanda se ritenga di aver partecipato a un genocidio, risponde senza esitazione di sì, chiedendosi come si possa essere arrivati a questo punto, chi invece racconta che, dopo aver visitato i campi di concentramento in Polonia, crede che i nazisti rappresentino il male assoluto, ma si interroga, dopo quanto ha fatto: “se i nazisti sono il male, cosa sono diventato io?”
Tra tutte le testimonianze, una in particolare resta addosso più delle altre, forse la più difficile da reggere. È quella relativa all’attraversamento del valico da parte dei civili palestinesi, costretti a correre per raggiungere le scorte di cibo mentre i cecchini israeliani li aspettavano appostati, pronti a sparare a chi tentava la corsa verso l’altra sponda. «Era divertente», racconta uno degli intervistati, con la stessa leggerezza con cui si parlerebbe di un videogioco, di un passatempo qualsiasi. In quel momento la sala non respira più. Non è la violenza delle immagini a colpire, perché quelle immagini non ci sono, se non ricostruite attraverso un disegno. A sconvolgere è il tono con cui viene raccontato tutto questo, quasi fosse qualcosa di normale.
Il Ruolo di Lavander
In questo meccanismo entra anche Lavender, il sistema basato sull’intelligenza artificiale utilizzato per individuare potenziali obiettivi da colpire. Nel racconto di alcuni degli intervistati, la presenza dell’algoritmo sembra quasi spostare altrove il peso della decisione, come se l’indicazione fornita dalla macchina potesse ridurre la responsabilità di chi, quella decisione, era comunque chiamato ad applicarla. È uno degli aspetti più inquietanti che emergono dal documentario, perché alla distanza fisica dal bersaglio si aggiunge quella creata dalla tecnologia. Non è più soltanto una persona a essere indicata come obiettivo, ma un nome restituito da un sistema, un dato da verificare e trasformare in un’azione.
Nelle parole di alcuni intervistati questa delega finisce per assumere anche i contorni di una deresponsabilizzazione. L’intelligenza artificiale aveva individuato l’obiettivo, il sistema lo aveva segnalato e a chi si trovava dall’altra parte restava apparentemente soltanto il compito di procedere. Ma tra l’indicazione fornita da Lavender e l’attacco rimane comunque una scelta umana. Attribuire alla macchina il peso della decisione rischia allora di trasformare la tecnologia anche in un modo per prendere le distanze dalle conseguenze delle proprie azioni.
Disegnare l’indicibile
Dove le parole non bastano, NAZA ricorre alle illustrazioni disegnate dagli stessi intervistati per ricostruire la dinamica dei bombardamenti. Una scelta quasi infantile nella forma, che contrasta con ciò che viene raccontato e rende immediatamente comprensibile quello che il linguaggio militare tende invece a nascondere dietro sigle, acronimi e numeri.
I disegni riportano così a una dimensione concreta ciò che il gergo tecnico ha reso astratto. Dietro quei numeri ci sono le vittime collaterali, quel “danno accettabile” richiamato dal titolo fin dall’inizio e che, una volta tradotto visivamente, perde tutta la distanza concessa dalle formule utilizzate per definirlo.

Il bilancio di una visione necessaria
NAZA è un atto di responsabilità condivisa, un documentario crudo che non ha bisogno di mostrare la violenza per restituirne la portata. Abraham e Szor affidano gran parte del racconto alle parole di chi ha partecipato direttamente a ciò che viene ricostruito, lasciando che siano le testimonianze, con le loro contraddizioni e ciò che rivelano, a mettere lo spettatore davanti a quanto si sta consumando a Gaza.
Nelle immagini della vita quotidiana a Tel Aviv compaiono spesso televisori accesi e telegiornali che parlano della guerra, una presenza continua che dà la misura di quanto quel racconto accompagni la quotidianità della popolazione israeliana. Notizia dopo notizia, immagine dopo immagine, il nemico è sempre lì, indicato e riconoscibile, in un bombardamento mediatico che sembra non interrompersi mai.
A raccontare forse meglio di ogni analisi l’impatto di NAZA è però ciò che accade in sala.
Non crediamo di aver mai assistito a una proiezione così silenziosa, non solo durante il film, ma anche nei minuti dei titoli di coda e durante l’uscita degli spettatori. Nessun commento, nessun sussurro, nessuno di quei rumori di fondo che normalmente accompagnano l’abbandono di una sala cinematografica. Solo silenzio, quasi fosse l’unico modo rimasto per rendere omaggio a ciò che si era appena visto e, soprattutto, ascoltato.
Per questo NAZA merita di essere visto al cinema, in uno spazio condiviso dove anche il silenzio degli altri diventa parte dell’esperienza. Sarebbe altrettanto importante portarlo nelle scuole, perché ascoltare queste testimonianze significa confrontarsi con temi che vanno oltre la guerra in corso e riguardano la responsabilità individuale, il peso delle scelte e il rischio di smettere di riconoscere l’umanità di chi si trova dall’altra parte.
NAZA è prodotto da The Guardian e distribuito in Italia da I Wonder Pictures, il documentario è attualmente nelle sale italiane.
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