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Dal 28 maggio arriva nelle sale italiane la nuova rom-com co Lino Guanciale e Andrea Delogu, “Innamorarsi e altre pessime idee”, ecco la nostra recensione.

Dal 28 maggio arriva nelle sale italiane “Innamorarsi e altre pessime idee”, una rom-com che segna un passaggio interessante per il regista Simone Aleandri, qui al suo secondo lavoro nella finzione cinematografica dopo un percorso solidamente legato al documentario. Abbandonando la realtà nuda e l’osservazione sociale, Aleandri si immerge nei topos più rassicuranti del genere sentimentale nostrano, confezionando una storia che diverte e intrattiene, ma che si offre anche come perfetto oggetto di studio per analizzare lo stato di salute, le derive e i tic della commedia romantica all’italiana contemporanea.

L’ossessione del passato e l’arte del “piano diabolico”

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“Innamorarsi e altre pessime idee”: una commedia romantica tutta all’italiana – Recensione

Il motore immobile della vicenda è un classico del genere, l’incapacità di accettare la fine di una storia. Il protagonista Lino (interpretato da Lino Guanciale) non riesce a elaborare il lutto della separazione dalla moglie e, anziché intraprendere un sano percorso di accettazione, decide di elaborare uno stratagemma folle e millimetrico per riconquistarla, arruolando a tale scopo Sofia (Andrea Delogu). Questo meccanismo del “piano assurdo” ordito per manipolare i sentimenti altrui è diventato ormai un sottogenere a sé nella commedia italiana recente — si pensi a operazioni come L’agenzia dei bugiardi di Volfango De Biasi.

Questo espediente del “piano diabolico” evidenzia una mutazione interessante rispetto alla tradizione del nostro cinema. Se nella commedia all’italiana delle origini l’ingegno dei personaggi serviva a sbarcare il lunario o a risolvere problemi materiali concreti, oggi lo stratagemma si è imborghesito e psicologizzato, diventando il riflesso delle nevrosi sentimentali della classe media. Nel film di Aleandri, tuttavia, la svolta profonda nasce proprio dal fallimento della messinscena, l’accanimento terapeutico sulle relazioni passate genera solo, appunto, pessime idee.

Il film suggerisce così che ciò che è chiuso va lasciato chiuso; la vera maturità dei protagonisti non sta nel successo del loro piano, ma nel momento in cui smettono di guardare lo specchietto retrovisore e si accorgono finalmente di chi hanno seduto accanto.

Algoritmi d’amore: poli opposti o anime gemelle?

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“Innamorarsi e altre pessime idee”: una commedia romantica tutta all’italiana – Recensione

L’intreccio vive di un costante dualismo teorico. Da un lato il film gioca con l’ossessione contemporanea per le “anime gemelle perfect match”, quelle che sembrerebbero create in laboratorio o da un algoritmo di Tinder, personaggi che condividono gli stessi identici gusti di gelato, che hanno le medesime intuizioni nello scegliere i regali o che comprano, per un’assurda sincronicità, gli stessi biglietti per un concerto, è proprio la coppia creata da Tommy (Claudio Colica) e Matilde (Ilenia Pastorelli).

Il film tenta una via di satira su questo romanticismo artificiale e speculare, ponendo allo spettatore una domanda millenaria, la storia dei poli opposti che si attraggono è ancora valida, o il detto “chi si somiglia si piglia” è il più corretto?

Il limite della sceneggiatura, a tratti, è quello di non spingere fino in fondo il pedale dell’ironia su questa dinamica, rischiando di rimanere intrappolata negli stessi cliché che vorrebbe decostruire. Laddove la grande commedia (da Carlo Verdone fino ai maestri della screwball comedy hollywoodiana) ha sempre trovato la sua scintilla drammatica e comica nello scontro frontale tra mondi antitetici e inconciliabili, Innamorarsi e altre pessime idee preferisce una via di mezzo più rassicurante, dove la stramberia iniziale dei protagonisti viene rapidamente normalizzata in nome del lieto fine.

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“Innamorarsi e altre pessime idee”: una commedia romantica tutta all’italiana – Recensione

Questione di ritmo: tra tempi radiofonici e l’effetto “copione”

Sul fronte attoriale, il film poggia sulle spalle di due volti amatissimi dal pubblico. Lino Guanciale, forte di una solida formazione teatrale e di una fortunata carriera nella fiction mainstream, e Andrea Delogu, tra le personalità più brillanti del panorama radiofonico e televisivo italiano. Entrambi possiedono una indiscutibile chimica e una forte presenza scenica, eppure la recitazione soffre a tratti di una certa legnosità.

I dialoghi della rom-com italiana contemporanea sembrano spesso affetti da un “effetto robotico”, dove la battuta viene pronunciata con un tempismo studiato a tavolino per far scattare la risata o per chiudere la sequenza, perdendo quella fluidità sgangherata, vitale e squisitamente imperfetta che caratterizzava i padri del genere.

Manca un po’ di quella spontaneità naturale e di quella sana improvvisazione che rendono i dialoghi davvero vivi. Se i comprimari (tra cui spicca la comicità più immediata di Claudio Colica) provano a spingere sull’acceleratore della risata, l’interpretazione dei due protagonisti rimane spesso un po’ troppo ingessata e legata al copione. Questo finisce per togliere ai personaggi quelle sfumature e quelle fragilità che avrebbero reso il loro legame molto più credibile e coinvolgente.

Una Roma da cartolina che cancella la realtà

L’elemento forse più paradossale del film risiede nella sua componente visiva. Considerando il background da documentarista di Simone Aleandri — abituato a catturare il reale senza filtri —, stupisce la scelta di mettere in scena una Roma totalmente asettica, borghese e “da cartolina”. La città vissuta dai protagonisti è fatta di studi legali dai soffitti altissimi, ristoranti di chef stellati, terrazze panoramiche e strade del centro storicamente suggestive ma inverosimilmente deserte, pulite e silenziose a mezzanotte.

Siamo anni luce distanti dalla Roma caotica, stratificata e fieramente popolare. Questa tendenza a ripulire lo sfondo urbano, trasformando la Capitale in una scenografia instagrammabile e priva di attriti, è diventata ormai il marchio di fabbrica del cinema commerciale italiano degli ultimi dieci anni. La Roma del quotidiano — quella del traffico sul Grande Raccordo Anulare, degli autobus che non passano, delle periferie e dei bar di quartiere dove la gente si scontra davvero — viene sacrificata in favore di un’estetica patinata. Scelta legittima per una favola romantica, certo, ma che inevitabilmente toglie verità, carne e spessore antropologico alla narrazione.

Quindi, tirando le somme, vale la pena andare al cinema a vederlo? Diciamo che “Innamorarsi e altre pessime idee” il suo dovere lo fa, e anche dignitosamente. Se cercate due ore di svago, il film scorre via che è un piacere, si ride, l’intrattenimento è assicurato e, sotto la superficie della classica commedia, c’è pure una riflessione niente male su quanto sia difficile ma necessario voltare pagina e accettare che certe storie sono finite per sempre. Insomma, non è il solito filmetto superficiale.

Però, ed è un “però” abbastanza evidente, l’esordio di Aleandri nella commedia non riesce mai a fare quel salto di qualità che ti fa uscire dalla sala sorpreso. Resta piantato dentro i confini super sicuri del già visto, finendo per portarsi dietro sia i lati positivi del nostro cinema recente – come una leggerezza che non guasta mai – sia i suoi difetti storici. Parliamo di quella recitazione che a volte sa un po’ troppo di memorizzato e di quella totale mancanza di realismo di cui parlavamo prima. Alla fine, uscendo dal cinema, resta la sensazione di aver visto un buon prodotto, ma anche la conferma che la rom-com italiana fa ancora un po’ di fatica a rischiare davvero e a ritrovare quell’anima autentica, graffiante e un pizzico scorretta che una volta la rendeva unica.

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