La nostra intervista al regista Samuele Rossi, un autore eclettico che ha saputo spaziare con naturalezza dal cinema di finzione al cinema del reale, fino alla recente candidatura ai David di Donatello per “Prima della Fine”.
Samuele Rossi, nato nel 1984, è un regista, sceneggiatore e produttore che ha fatto dell’indipendenza e della ricerca linguistica il proprio marchio di fabbrica. Dopo la laurea a Pisa e alla Sapienza, e il diploma alla European Rosebud Film School, ha perfezionato la sua scrittura alla New York Film Academy. Esordisce nel 2011 con La strada verso casa, per poi dedicarsi a documentari di grande impatto come Indro. L’uomo che scriveva sull’acqua e Margherita. La voce delle stelle.
Il suo successo internazionale Glassboy (2020) ha conquistato le platee di oltre 30 paesi. Oltre alla carriera autoriale, Rossi è un punto di riferimento nella formazione, docente alla “Scuola Nazionale di Cinema Indipendente” di Firenze e fondatore della “Residenza Ulisse”, uno spazio nato per coltivare il talento delle nuove generazioni nel cinema documentario.

Samuele Rossi: L’Intervista Esclusiva
Samuele, la tua carriera spazia dalla finzione al documentario d’autore. Come si è sviluppato questo percorso e quale missione unisce la tua idea di cinema?
Samuele Rossi: “È una domanda densa perché si collega a quando, fin da giovanissimo, ho visto nel cinema la possibilità di scoprire il mondo e trasformarlo in una storia. Ho trovato nel cinema una casa dove poter tracciare il racconto della realtà in parallelo alla mia vita. Questo mi ha portato a muovermi su generi diversi: i miei film riflettono il tentativo di capire il senso di ciò che viviamo.
Sono partito da un esordio molto istintivo, ‘La strada verso casa’, che ho prodotto quasi in autonomia. Questa necessità mi ha sempre accompagnato: credo che la costruzione produttiva oggi non sia solo un fatto economico, ma un atto creativo fondamentale per rimanere fedeli alla propria visione. ‘Prima della fine’ è stato il punto di arrivo di questo percorso di esplorazione tra scrittura e regia, il figlio di anni di ricerca indipendente.”
Nei tuoi documentari ti sei dedicato a giganti come Montanelli, Margherita Hack e Berlinguer. Come hai costruito il rapporto con queste figure e perché ti interessano così tanto?
Samuele Rossi: “Ho trovato nelle biografie degli altri la possibilità di stare dentro la nostra storia. Inizialmente il racconto biografico mi sembrava un aspetto marginale dei miei interessi, poi ho capito che attraverso la vita di grandi personaggi potevo raccontare il nostro Paese. Penso ai 90 anni di vita giornalistica di Montanelli o all’impegno di Berlinguer. Non mi interessa raccontare una vita in modo asettico, ma provare a restituire il senso di un’esistenza che faccia riflettere il pubblico sul proprio quotidiano. Uso queste biografie per tentare di ricomporre il ‘labirinto’ della realtà che ci circonda: cerco di capire come queste grandi personalità abbiano trovato le loro coordinate nel mondo per aiutare noi a trovare le nostre nel presente.”

Perché hai deciso di investire così tanto nella formazione con progetti come la Residenza Ulisse, dedicata al cinema del reale?
Samuele Rossi: “Il documentario è spesso considerato un fratello minore per ragioni strutturali ed economiche, ma linguisticamente è potentissimo. Negli ultimi vent’anni ha permesso alle nuove generazioni di costruire un linguaggio proprio, pensiamo a registi come Pietro Marcello o Alice Rohrwacher.
Ho creato Ulisse perché amo stare con i ragazzi e sento il bisogno di restituire qualcosa, colmando quella mancanza di riferimenti che io stesso ho vissuto da giovane. Sento inoltre una sorta di responsabilità generazionale: la mia generazione è stata forse un po’ assente e non è riuscita a dare una scossa a questo mondo. Dare ai giovani uno spazio fisico, e non virtuale, dove incontrarsi e costruire uno sguardo nuovo è il mio modo di fare politica e di incidere concretamente sulla realtà.”

Riguardo al futuro, come vedi l’impatto dell’intelligenza artificiale nel lavoro creativo?
Samuele Rossi: “L’intelligenza artificiale è un’innovazione che va avanti a prescindere dal nostro pensiero, è qualcosa che già esiste e non si può ignorare. Tuttavia, se non vogliamo che accada quanto successo con i social — su cui abbiamo iniziato a interrogarci con vent’anni di ritardo — dobbiamo agire subito.
È un tema di sostenibilità, di rispetto del valore umano e della creatività. Non mi spaventa l’idea di usarla come strumento a servizio dell’uomo, ma mi preoccupa la mancanza di regolamentazione. Dobbiamo avere il coraggio e la responsabilità di dotarci di regole serie, per capire dove ci può portare senza farci travolgere, mantenendo sempre la consapevolezza di ciò che potremmo perdere in termini di valore umano.”
Qual è l’aspetto più importante che cerchi di trasmettere ai tuoi allievi e cosa impari tu da loro?
Samuele Rossi: “Stare con i ragazzi mi riempie il cuore e mi permette di osservare i cambiamenti sociali da una posizione privilegiata. Rispetto a qualche anno fa, oggi vedo nei giovani un’energia nuova, un desiderio di ribellione e sovversione del linguaggio e del sistema che trovo straordinario.
Il mio approccio non è gerarchico: non sto mai ‘sopra’ di loro, ma ‘accanto’. Mi piace l’idea di accompagnarli, proteggendoli ma lasciandoli protagonisti delle loro scelte. La cosa più bella che mi possa capitare come formatore è quando un allievo mi dice di sentirsi finalmente vicino al modo in cui vorrebbe raccontare il mondo. Aiutarli a trovare la propria voce autentica, in un mestiere dove è così facile smarrirsi, è l’obiettivo più gratificante di tutto il mio percorso d’insegnamento.”
Qui l’intervista Video Completa a Samuele Rossi
Con una visione che unisce la profondità della ricerca storica alla freschezza del confronto con le nuove generazioni, Samuele Rossi continua a interrogare il presente attraverso le immagini. Il suo racconto non è mai solo cinema, ma una riflessione continua sul valore della memoria e sulla necessità di restare umani in un mondo che cambia velocemente. Un’intervista che ci ricorda come, dietro ogni grande film, ci sia sempre il coraggio di guardare dentro il “labirinto” della vita per cercare di trovarne il senso.
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