"Ai Weiwei's Turandot": Intervista esclusiva al regista Maxim Derevianko e allo sceneggiatore Michele Cogo"Ai Weiwei's Turandot": Intervista esclusiva al regista Maxim Derevianko e allo sceneggiatore Michele Cogo

La nostra intervista esclusiva al regista Maxim Derevianko e allo sceneggiatore Michele Cogo di “Ai Weiwei’s Turandot”, il documentario sull’artista e attivista cinese

Il regista Maxim Derevianko, noto per il suo sguardo acuto e la capacità di esplorare profondità umane e artistiche, porta sul grande schermo un documentario avvincente: “Ai Weiwei’s Turandot”. L’opera, che svela il processo creativo e la visione dell’artista dissidente cinese Ai Weiwei nel suo approccio all’opera di Puccini, è stata proiettata in anteprima nazionale il 4 novembre al Cinema La Compagnia di Firenze, nell’ambito del Festival dei Popoli.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Maxim Derevianko e Michele Cogo per farci raccontare le sfide e le rivelazioni dietro le quinte di Ai Weiwei’s Turandot.

Intervista esclusiva al regista Maxim Derevianko e allo sceneggiatore Michele Cogo di “Ai Weiwei’s Turandot”

Com’è stato girare Ai Weiwei’s Turandot e seguire un personaggio complesso come Ai Weiwei, partendo dalla sua riflessione sul significato dell’arte nella propria vita?

Maxim Derevianko: “Ho incontrato Ai Weiwei il giorno prima di iniziare le riprese. Avevo una grande paura che rifiutasse, ma dopo essermi presentato e avergli spiegato che volevamo raccontare il suo processo creativo, ho provato a creare un’empatia raccontando la storia della mia famiglia, in particolare di mio padre che scappò dall’Unione Sovietica nel 1982. Volevo fargli capire che comprendevo il non potersi esprimere liberamente.

Ai Weiwei è una persona estremamente pragmatica, molto bianco o nero. Ha semplicemente detto: “Sì, potete girare”. Ho girato quasi tutto, con pochissimi “no”. La sorpresa più grande è stata la sua reazione al primo rough cut: mi ha mandato un vocale entusiasta, un lato di lui che non pensavo esistesse, dato che solitamente non traspare emozioni. Questo ci ha aperto le porte al suo archivio personale, arricchendo enormemente il documentario”.

Come è nata la vostra collaborazione e qual è stata la sfida più grande nel corso del progetto?

Michele Cogo: “La collaborazione è nata mentre Maxim girava il materiale sull’opera di Ai Weiwei. Abbiamo capito che non si trattava solo di documentare il processo creativo, ma di far emergere la personalità di Ai Weiwei stesso. Abbiamo cercato i momenti che ne rivelassero il carattere, come quando afferma di non amare la musica o l’opera. La sfida maggiore è stata la drammaturgia, soprattutto di fronte agli imprevisti come la pandemia di Covid. Abbiamo trasformato queste problematiche in opportunità narrative, per far emergere il senso del film legato all’importanza dell’arte, specialmente in un periodo di crisi mondiale in cui tutti abbiamo cercato rifugio nell’arte”.

Nel documentario si bilanciano il lato personale di Ai Weiwei, con la sua difficoltà ad esprimersi, e la sua forza artistica. Come avete gestito questo equilibrio, considerando anche il tuo legame familiare con il teatro?

Maxim Derevianko: “Sì, mia madre era solista al Teatro dell’Opera di Roma. Ma la vera scintilla è stata la storia del mio bisnonno, che nel 1922 divenne primo violino dell’orchestra dello stesso teatro. Ogni volta che passavo davanti alla buca dell’orchestra, questa cosa mi colpiva, e a un certo punto ho pensato: “Voglio fare qualcosa che abbia un senso per me e per questo luogo”, quasi cento anni dopo. Da lì è nata l’idea del documentario”.

Qual era la tua visione iniziale e come l’approccio di Ai Weiwei alla Turandot ha influenzato il vostro documentario?

Maxim Derevianko: “Volevo fare un documentario sulla “macchina” che c’è dietro ogni spettacolo e sulle vite che ne fanno parte, chiedendomi: “Che senso ha l’arte oggi?”. La Turandot è stata solo il mezzo per esplorare questa domanda. Durante il Covid, abbiamo tutti riscoperto l’arte, dal suonare una chitarra al cantare dai balconi. Questo dimostra che l’impulso artistico è viscerale, parte della natura umana. Anche Ai Weiwei, quando tutto è crollato, ha cercato di capire la funzione dell’arte in situazioni difficili, mettendosi sempre a disagio. È andato anche in Ucraina, ad esempio, per comprendere il senso dell’arte dove è più difficile esprimerla”.

Michele Cogo: “Mi viene da dire a Maxim che la prossima volta che ti fai una domanda sul senso dell’arte, pensaci bene, perché poi arriva il Covid e ti risponde! Scherzi a parte, Ai Weiwei ama fare cose in cui non è capace. Questa sua inclinazione a mettersi in situazioni complesse e sconosciute, come approcciare l’opera pur non amandola, è uno spirito bellissimo da raccontare. Gli imprevisti, come la pandemia, ci hanno permesso di non rimanere rigidi sulla visione iniziale, ma di seguire il flusso degli eventi, proprio come Ai Weiwei ha portato nella sua opera ciò che accadeva fuori”.

Quanto sono stati importanti i rapporti umani, come quello con la coreografa Qin Gan, nella realizzazione di questo progetto e dell’arte in generale?

Maxim Derevianko: “I rapporti umani sono fondamentali, sia per me che per Ai Weiwei. La mia troupe è composta da persone che conosco profondamente, e con Michele c’è stata una grande sintonia. In un progetto artistico, ogni persona porta la propria esperienza. Ai Weiwei, non conoscendo il mondo dell’opera, si è lasciato guidare dallo scenografo e dalla costumista del Teatro dell’Opera di Roma. Il loro lavoro insieme dimostra come un’opera sia il frutto di tantissime persone: un costume è di Ai Weiwei o della costumista? È di entrambi.

Un teatro come l’Opera di Roma impiega 650 persone; un’opera è, in qualche modo, di quasi tutte loro. Per Ai Weiwei, il ritorno a collaborare con Qin Gan è stato un vero e proprio “chiudere un cerchio”. Fu lei, nel 1987, a proporgli di fare la comparsa nella Turandot di Zeffirelli al Metropolitan, quando era un giovane artista in cerca di denaro. Questa connessione ha dato un significato profondo alla sua decisione di accettare la Turandot di Roma, dopo aver rifiutato altre prestigiose proposte”.

Michele Cogo: Nella costruzione di un racconto, trovare persone con cui sei in sintonia è essenziale. L’arte lavora sul senso, e quando c’è stata la crisi, abbiamo cercato l’arte non solo per intrattenimento ma per trovare un significato. Ai Weiwei fa questo mettendosi in situazioni estreme. Il senso non si crea da solo, ma in relazione con gli altri, ed è determinante con chi si sceglie di intraprendere il percorso.

Qui l’intervista video completa del regista Maxim Derevianko e allo sceneggiatore Michele Cogo di Ai Weiwei’s Turandot

L’intervista rivela non solo la complessità di un artista come Ai Weiwei, ma anche la passione e la dedizione del regista e degli sceneggiatori che, come lui, non temono di affrontare l’ignoto per dare forma a una visione. “Ai Weiwei’s Turandot” si conferma un’opera che va oltre la semplice documentazione, offrendo una profonda riflessione sul potere salvifico e universale dell’arte.

Per rimanere sempre aggiornati su tutte le notizie di serie tv, cinema, LifeStyle e gossip continuate a seguirci su Bingy News. Se volete potete anche dare un’occhiata e magari perchè no? Potete iniziare a seguirci anche sulla nostra pagina Facebook e sui nostri profili InstagramTik Tok e X, ex Twitter, dove troverete tanti contenuti multimediali ed interviste esclusive.

Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot Ai Weiwei’s Turandot

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *