Quasi vera, Frank Matano e Taylor Mega tra avatar, ansia e intelligenza artificialeQuasi vera, Frank Matano e Taylor Mega tra avatar, ansia e intelligenza artificiale

Nella nostra intervista per Quasi vera, Frank Matano e Taylor Mega raccontano il loro rapporto con l’intelligenza artificiale e immaginano una versione virtuale di sé. Tra mail condominiali, foto da non pubblicare e difetti da risparmiare ai propri avatar, il gioco diventa anche un’occasione per parlare di autenticità e del rapporto con le telecamere.

L’intelligenza artificiale può aiutare a capire Platone, rispondere all’amministratore di condominio o, nelle mani di Frank Matano, trasformare un cane in un carabiniere. Bastano le prime risposte per capire come si svolgerà la nostra intervista a lui e Taylor Mega per Quasi vera. Le domande sulle identità virtuali si intrecciano alle battute, ma tra una risata e l’altra trovano spazio anche l’ansia di esporsi davanti a una telecamera e il desiderio di mantenere personale il rapporto con gli altri.

Partiamo attivando la “modalità conversazione”, poi chiediamo ai due quanto l’IA faccia già parte delle loro giornate. Da lì arriviamo agli avatar, a ciò che vorrebbero correggere di sé e a quello che non affiderebbero volentieri a una copia digitale.

Quasi vera: Dalle mail del condominio a Platone

Qual è il vostro rapporto con l’intelligenza artificiale? La usate nella vita quotidiana e l’avete mai usata per rispondere a qualcuno, magari in attesa di una risposta?

Frank Matano ha un impiego molto concreto da raccontare. «Ci stanno le mail dell’amministratore del condominio che mi arrivano e uso l’intelligenza artificiale per rispondere». Poi aggiunge un secondo utilizzo, decisamente più personale. «La uso tanto per vestire il mio cane da carabiniere, perché esistono i cani poliziotto, ma non ci stanno i cani carabinieri».

Taylor Mega la consulta soprattutto quando qualcosa le risulta poco chiaro. Come esempio cita la lettura del Simposio di Platone, salvo interrompersi subito con una battuta. «Comunque lasciamo stare questo discorso perché ne esco malissimo». Un passaggio che non riusciva a comprendere l’ha portata a chiedere una spiegazione all’intelligenza artificiale.

Quando si tratta di rispondere alle persone, invece, preferisce fare da sé. «Non la guardo proprio perché voglio essere autentica nel rapporto che ho con le persone». Può servirle per ragionare su una situazione, chiedere conferma o capire se sta interpretando male una dinamica, ma la risposta vuole trovarla da sola.

Nelle loro parole, l’IA entra così in momenti molto diversi della quotidianità. Per Matano può sbrigare una comunicazione o alimentare uno scherzo; per Taylor è soprattutto uno strumento a cui rivolgersi per un chiarimento. È proprio quando entra in gioco una relazione personale che lei sente il bisogno di conservarsi uno spazio autonomo.

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Vista la tematica, abbiamo chiesto a ChatGPT di farci una domanda. Se la vostra versione virtuale prendesse il vostro posto per una settimana, qual è la cosa che temereste possa fare a vostro nome?

«Scorreggiare», risponde Matano senza esitazioni. Taylor prova a contestare le capacità dell’avatar, ma lui rimane fermo sulla sua preoccupazione. «Sì, lo temerei comunque».

Lei immagina invece un problema che riguarda ciò che la sua copia potrebbe pubblicare. «Io temerei che pubblicasse foto di nudo». E precisa subito, scherzando, a chi dovrebbe spettare la decisione. «Lasciamo questo privilegio a me».

La domanda invita a immaginare una settimana senza controllo sulla propria versione digitale, ma le risposte riportano tutto su un terreno molto concreto. Matano sceglie una situazione imbarazzante, Taylor una scelta sulla propria immagine. Anche nel gioco, è facile individuare qualcosa che si preferirebbe continuare a gestire in prima persona.

Se poteste creare una versione virtuale perfetta di voi stessi, cosa vorreste che avesse di voi e quale vostro difetto le risparmiereste?

Matano parte da un gesto che conosce bene e che fatica a controllare durante interviste e podcast. Racconta di incrociare le gambe prima di cominciare, impegnandosi a restare fermo, per poi ritrovarsi a muoverle di nuovo. «Non riesco a fermarmi», ammette. Alla sua versione virtuale risparmierebbe questa abitudine.

Taylor sceglie invece l’ansia, precisando che non è una sensazione che accompagna tutta la sua vita quotidiana. «Ho solo tantissima ansia quando sono davanti alle telecamere, oppure quando ho dovuto recitare. Un’ansia incredibile. Correggerei questa cosa».

È uno dei momenti in cui il gioco lascia emergere qualcosa di più personale. L’idea di una copia perfetta permette di nominare ciò che rende difficile stare davanti agli altri, anche quando esporsi fa parte del proprio lavoro. Matano riporta presto la conversazione sul tono dello scherzo, osservando che l’intelligenza artificiale quell’ansia non la proverebbe e che, quindi, il problema sarebbe già risolto.

Innamorarsi di un chatbot? Nessuno dei due

Arriva poi il momento delle racchette, da alzare per indicare chi dei due corrisponde meglio alle situazioni che proponiamo.

Chi è più probabile che si innamori di un’intelligenza artificiale?

Questa volta nessuno vuole candidarsi. «È impossibile», dice Matano, mentre Taylor chiude la questione con una battuta. «Io non mi innamoro delle persone normali, figurati delle intelligenti».

Le domande successive riguardano la capacità di costruirsi una seconda identità online e il rischio di essere scoperti. Taylor inizialmente considera di poter creare un altro profilo, ma quando le chiediamo chi verrebbe smascherato per primo usando un’identità falsa, indica sé stessa. Matano le ricorda quanto ha appena detto sul proprio essere “real”.

E quindi, di conseguenza, chi tra voi due è più “quasi vero” o “quasi vera”?

Taylor rivendica la propria risposta. «Io sono molto vera». Quel “quasi”, insomma, non sente di averne bisogno. Matano si prende allora la definizione lasciata libera dalla collega. «Sono io quasi vera».

Descrivete Quasi vera con una sola parola, senza usare “quasi” e “vera”.

Matano propone «IA», dopo aver cominciato una risposta più lunga di quanto richiesto. Taylor si ferma sul fatto che si tratta di una sigla, poi trova la propria parola. «Surreale».

Una scelta che arriva alla fine di una conversazione in cui persino immaginare il proprio doppio digitale diventa un modo per raccontarsi. Tra un cane carabiniere e una mail condominiale, le risposte più personali riguardano ancora ciò che succede davanti a una telecamera, il rapporto con gli altri e la libertà di decidere come mostrarsi.

Di seguito l’intervista video completa per Quasi vera a cura di Alessandra Zaccaria

Quasi Vera, nelle sale italiane dal prossimo 1 ottobre distribuita da Medusa Film

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