BN: La sua filmografia è formata per la maggior parte da documentari. Per lei la realtà è più interessante della finzione?
Simone Aleandri: No, non direi così. Non credo che la realtà sia più interessante della finzione. Anche perché, per me, il documentario è stato una palestra fondamentale, che mi è servita per entrare nella finzione. Ho realizzato lavori documentaristici che non sono mai stati inchieste o reportage, ma racconti che spesso avevano al centro le relazioni e i sentimenti. Ho utilizzato personaggi reali che interpretavano se stessi all’interno di una narrazione filmica, quella che viene un po’ definita cinema del reale, dando disponibilità all’accadimento e cercando di osservare le relazioni reali che si sviluppavano sotto i miei occhi. Ho cercato di ascoltarle molto, dedicandomi soprattutto all’atmosfera.
Quando fai cinema di finzione, invece, ti muovi all’interno di una struttura più precisa. È un lavoro che fai ex ante, mentre il documentario è un lavoro ex post. Quando realizzi un documentario raccogli il materiale e poi gli dai un senso attraverso il montaggio, con una scrittura che arriva dopo. Con il cinema di finzione, invece, devi immaginare tutto prima: è un procedimento diverso, ma allo stesso tempo molto stimolante.
Rimane comunque ciò che sentivo nei documentari, che continuerò sicuramente a fare, perché aiutano ad avere uno sguardo molto aperto su quello che si realizza. I documentari hanno però un limite: non puoi portare i personaggi, i tuoi protagonisti, verso una direzione precisa come invece accade nel cinema di finzione, dove quella direzione è già scritta. Questo aspetto del cinema di finzione mi piace molto. Perciò non farei una distinzione tra realtà e irrealtà, se questa era la domanda. Penso che siano due mondi che si compenetrano e nei quali mi sento ugualmente a mio agio.
BN: Se oggi dovesse scegliere su quale personaggio girare un nuovo documentario, chi sarebbe?
Simone Aleandri: Mi piacciono molto le biografie. C’è stato un periodo nella mia vita in cui ho realizzato 18 piccoli documentari sui grandi italiani. Mi piacerebbe dedicarmi a un personaggio capace di raccontarti attraverso il suo vissuto qualcosa di di potente ma probabilmente nell’ambito dello sport. Faccio una battuta: a me fare un documentario su Francesco Dotti mi sarebbe molto piaciuto.
BN: Invece lei, che tipo di spettatore è?
Simone Aleandri: Ho un rapporto piuttosto trasversale, quasi bulimico, con l’immagine bidimensionale, quindi il mio sguardo è molto aperto. Sicuramente guardo le commedie, anche se mi interessano soprattutto le grandi commedie della tradizione all’italiana del passato. Mi piacciono però anche i film drammatici e guardo molti documentari.
Meno le serie, anche se mi piacerebbe molto realizzarne. Semplicemente mi sento più attratto dal linguaggio cinematografico dei film che escono in sala. Non ho dei riferimenti precisi ai quali mi ispiro. O meglio, li ho, ma non sono dei manifesti. Cerco piuttosto di proporre qualcosa di molto personale, in cui confluisce anche l’esperienza da spettatore che faccio e che continuo a fare.
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